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Recensione

“Stanotte guardiamo le stelle”, Alì Ehsani

 

La storia di Alì mi ha fatto riflettere parecchio. Il suo viaggio, più che altro. La sua forza, il suo essere uomo nel corpo di un bambino. Il suo voler rispettare gli insegnamenti del padre a tutti i costi. Le fortune e le sfortune, i drammi e i momenti di gioia. Mi è quasi sembrato vivere alcuni momenti con lui, di essere un suo amico.
L’Amicizia, nella sua storia, ricopre sicuramente un ruolo di grande importanza.

Il suo amico più grande è Mohammed, il fratello, che si trova improvvisamente ad essere padre e madre di Alì. I genitori hanno perso la vita durante un bombardamento che ha distrutto Kabul e la loro casa.
Mohammed, ragazzo di grande animo, forte e speranzoso, decide che l’Afghanistan non è più il posto adatto alla loro vita e convince il fratello a scappare. Tutto è basato sul mistero dell’amicizia: il volersi bene anche senza conoscersi. È grazie ad amici di famiglia se trovano un appoggio in Iran, prima tappa del lungo viaggio che ha come meta la felicità. La Felicità declinabile in ogni sua forma, in primis, per Mohammed, la cultura. Studiare, poter conoscere, è felicità.
In Iran vengono ospitati da perfetti sconosciuti che diventano “zii” in brevissimo tempo, subito dopo che hanno pagato la guida. Mohammed lavora presso il bazar dei due nuovi “parenti”, con l’obiettivo di racimolare qualche soldo per proseguire il viaggio.

Passa un anno prima di poter ripartire. Meta: Turchia. Bellissimo questo nuovo mondo, sembrerebbe avere il sapore della libertà: ragazze con i capelli al vento che ridono e bevono in compagnia una lattina di birra, musica, cinema, insegne luminose. Bellissimo, ma dura poco. Tutto torna velocemente alla realtà: mentre sono ospitati presso la casa di un contrabbandiere, vengono scoperti dalla polizia, quindi catturati per essere rispediti in Iran. Gli occhi di questi due poveri amici vedono l’indicibile durante la loro prigionia nel campo di Zaedan, dal quale usciranno dopo aver convinto uno sconosciuto ad aiutarli, pagando per la loro libertà.

Nel frattempo, raggiungono gli “zii”. Alì è totalmente estraneo alla realtà, vive i giorni successivi in uno stato di trance, perdendo la cognizione del tempo.

Il viaggio continua, questa volta dritti verso Istanbul. È il terzo anno senza casa, il terzo anno di dolore, il terzo anno senza mamma e senza papà.

Alì sta cambiando, il suo corpo sta cambiando, è lui stesso a dirlo. Si sente crescere, una crescita fisica più che psicologica. È nel corpo di un adolescente ora. Ha voglia di tornare a scuola.

Ad Istanbul incontrano “il turco”, Bekir, forse la conoscenza più importante per Alì. Inizialmente era il proprietario di un negozio presso cui Mohammed lavorava. Poi, si è rivelato un secondo padre per Alì.

Mohammed, infatti, dopo aver raggiunto il traguardo economico che si era prefissato, decide di andare in Grecia. Da solo. Lasciando Alì per sempre.
Durante il viaggio a bordo di un canotto gonfiabile, infatti, ha perso la vita insieme ai suoi compagni. Il desiderio era quello di arrivare in Europa, trovarsi un lavoro e tornare a recuperare il fratello poco tempo dopo con un mezzo più sicuro.

Alì è ora solo, torna a sentirsi bambino. Tutto gli crolla addosso. Mohammed gli aveva fatto una serie di raccomandazioni, come ogni genitore avrebbe fatto, gli aveva dato denaro, gli aveva comprato un telefonino, ma non aveva pensato alla peggiore delle possibilità. Ora è Bekir ad aiutare Alì e sarà lui a permettergli di continuare la sua ricerca della felicità, pagandogli il viaggio per l’Europa.

Nuovo viaggio, destinazione Grecia. Dopo essere stato schedato e aver dormito in una tendopoli, Alì tenta di raggiungere l’Italia nascondendosi sotto ad un tir. Arrivato ad Ancona, però, viene scoperto e portato indietro.

Tornato alla tendopoli, incontra i compagni che aveva lasciato e insieme a Khaled tenta nuovamente la fuga. Questa volta si nascondono in un tir diretto a Venezia. All’arrivo, dopo essere stati fermati da una pattuglia della Polizia, gli viene suggerito di dirigersi verso Roma. Qui, finalmente, Alì assapora la felicità: studia e si innamora.

Incontra infine un amico della tendopoli greca, Hassam, che ha trovato salvezza a Stoccolma, presso alcuni parenti.

 

Breve commento e considerazioni personali

Sono sincero quando dico che la storia di Alì mi ha fatto riflettere. Non nascondo di essermi anche emozionato. Il modo diretto con cui racconta le vicende mi ha permesso di sentirmi in qualche modo partecipe. Alì è stato un amico, ho avuto ansia per lui (le scritte “ho paura” sulle pagine del libro ne sono una testimonianza) ed ho [lontanamente] capito cosa possa provare un rifugiato politico.

Ho seguito il suo viaggio con una cartina a portata di mano. Mi è servito.
Ho insistito sull’amicizia perché sono fermamente convinto che abbia giocato un ruolo fondamentale: il fratello era prima visto come un “rivale” – forse è un termine un po’ forte, ma ogni fratello è un in qualche modo un “avversario” – poi si è trasformato in compagno. L’amicizia è ciò che ha effettivamente permesso tutto, la fiducia reciproca, la condivisione dei momenti, il coraggio che si sono trasmessi a vicenda.

La clandestinità credo sia narrata nel migliore dei modi, il non sentirsi mai adeguati, il doversi nascondere sotto a terra e foglie per fuggire, il vivere con il costante terrore di poter essere fermati dalla polizia.

La crescita di Alì. Da bambino ad adolescente, ora adulto. Penso a quanto forte possa essere, e allo stesso tempo quante a debolezze possa avere. La perdita dell’Amico, – fratello, padre e madre -. Cosa i suoi occhi hanno visto.

E poi l’INDIFFERENZA. Torna sempre. L’indifferenza con la quale i marinai al porto di Ancona hanno trattato Alì. L’indifferenza che non permette di riflettere. Tutt’altro: fa agire a mo’ di robot, “a comando”. L’indifferenza che nella Storia ha fatto solo danni.

 

di Riccardo Codroico Luceri

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