Lea Polgar, la storia di una bambina ebrea espulsa da scuola nel 1938

La toccante testimonianza a #NoMemoryNoFuture, giornata dei Giovani per la Pace per la memoria

Lea Polgar, ebrea originaria di Fiume, ha raccontato agli studenti romani la sua storia, da bambina ebrea espulsa da scuola nel 1938 per effetto delle leggi razziali. All’evento No Memory No Future organizzato dai Giovani per la Pace e dalla Comunità di Sant’Egidio ha condiviso il dolore delle offese antisemite ricevute, ma anche tanti racconti di persone che si sono esposti al pericolo per salvare la sua vita e dei suoi familiari. È la testimonianza di chi non ha vissuto l’orrore dei campi di sterminio in prima persona, pur avendo perso in questo modo alcuni familiari. Le parole di Lea Polgar rappresentano però un mondo in cui l’orrore era penetrato nelle città, nei rapporti tra le persone, fino alla scuola, luogo dove non ci immagineremmo mai che i bambini siano esclusi, offesi e umiliati. Ai giovani Lea ha detto: “pensate con la vostra testa”. Un messaggio semplice, che sembra scontato, ma che le ha salvato la vita.

Come le leggi razziali e l’odio hanno colpito la vita di Lea Polgar e dei bambini ebrei

Sono arrivata a Roma, era settembre, iniziava la scuola. Non si poteva andare a scuola. Ai bambini ebrei non era permesso (…)
Poi per fortuna hanno permesso ai bambini ebrei di andare anche in altre scuole più vicine alla zona d’abitazione però il pomeriggio, perché non potevamo stare con gli altri bambini quindi andavamo a scuola il pomeriggio.
Imparavamo un po’ di tutto, anche la cultura fascista perché quella era molto importante e soprattutto qualche volta venivano dei gruppi di Balilla e piccole italiane, che erano i “giovani soldati” del fascismo con le bandiere e i gagliardetti. Si mettevano nel corridoio della scuola e noi bambini ebrei dovevamo sfilare lì davanti e salutarli.
Era abbastanza umiliante perché non potevamo fare niente, ma questo lo dovevamo fare. Ho avuto tante umiliazioni, in molti mi hanno chiesto se potevo far vedere loro la coda che avevo.

“Non ce l’ho più perché me l’hanno tagliata” dicevo
“Ma allora come fai a camminare con i tuoi piedi”
“Ma perché che piedi ho?”
“Tu hai i piedi caprini. Come fai a infilarti le scarpe?”
“Le riempio con la carta dove non sono vuote così cammino bene”

Insomma su questi bambini ebrei separati dagli altri si erano create leggende, leggende che non so dove le sentivano. Poi c’erano altre persone, alcune bidelle erano molto gentili, altre un po’ meno. Per esempio una disinfettava i gabinetti dopo che c’eravamo stati noi perché potevano infettare gli altri bambini e io ho detto “pazienza peggio per loro”.

 

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