Da Torino a Tirana, aspettando la Preghiera per la Pace

tirana 2015Volando verso Tirana ho tentato di imparare le più elementari frasi da utilizzare in terra albanese: ciao, grazie, come ti chiami, come stai…la mia memoria purtroppo non mi ha aiutato, al controllo del passaporto ho bisbigliato “buonasera”. Secondo problema: il caldo. Alle 8 di mattina la temperatura ricorda quella del pomeriggio italiano, fortunatamente la nostra casa è munita di aria condizionata.

Nel viaggio verso la “casa rossa” ci informiamo sull’Albania. Gli Albanesi sono circa 3 milioni, dei quali un milione vive nella capitale, i rimanenti 2 milioni sono divisi tra gli altri centri e piccoli paesi e infine una parte risiede all’estero. Il territorio è prevalentemente montuoso, Tirana stessa ne è circondata, in particolare il Dajti, che domina sulla città. Spesso si vedono case non finite: si aspettano i soldi delle rimesse dei figli emigrati, ma non sempre arrivano e quindi questa tipologia di casa è diffusissima. Arrivando a Tirana ecco un hotel, grandioso, in stile neoclassico e appena finito: il contrasto con le case precedenti è brutale, ma anche questa è Albania. I bunker costruiti durante la dittatura di Enver Hoxha (dal 1946 al 1985) sono quasi del tutto scomparsi, le strade sono abbellite con alberi giovanissimi: alla caduta del regime comunista nel 1991 lo stato crollò completamente con tutti i suoi servizi, compreso il riscaldamento, e per scaldare le case si tagliavano molti alberi. La piazza centrale è circondata da palazzi in stile fascista, memoria dell’occupazione: l’Opera, il Museo di Storia Nazionale, alcuni ministeri. Al centro la statua di Scanderbeg, l’eroe nazionale che guidò la rivolta contro i Turchi, ha sostituito quella di Enver Hoxha, abbattuta dal popolo.

La casa rossa ospita 16 persone al piano terreno, diviso in due parti: la “casa 1” con 10 persone e la “casa 2” con le restanti 6. Nel 2012 la struttura ha aperto le porte agli amici dell’ospedale psichiatrico, che qui sono seguiti come persone, non come carcerati. Ognuno di loro ha una storia complicata alle spalle, ma adesso è felice e lo dimostra anche solo col sorriso o lo sguardo.

Il nostro compito era di far loro compagnia e aiutarli: una mattina mentre in casa 1 si facevano esercizi nel cortile nella casa 2 si faceva la barba. Altre volte li abbiamo accompagnati a prendere un kafe al bar, dove poi si passava buona parte della mattinata a parlare. L’uscita è molto attesa perché li porta nel mondo, dove possono sentirsi, almeno per un po’, completamente liberi. Le sbarre dell’ospedale non ci sono più, ma ci sono quelle rimaste dentro. Molto apprezzati i canti popolari albanesi e italiani e i momenti ludici: il domino, gli scacchi, un pomeriggio si sono molto divertiti con un grande memory. Si sono fatte parecchie gite, al grande Parco Nazionale di Tirana, al castello di Petrela, con una bella vista sulla città, sul Dajti per trascorrere una bellissima giornata al fresco della montagna.

Per il gruppo della Comunità di Torino c’è stata anche l’occasione di visitare altri amici ad Elbasani e Scutari.
Nella prima città, a sud di Tirana, sede del Kombinat, fabbrica siderurgica sotto il regime, ci hanno accompagnato Amarildo e Niko. La Comunità ha 5 anni e nasce dalla voglia di aiutare gli altri che accomuna i 15 ragazzi che ogni settimana visitano bambini, poveri e gli anziani dell’ospedale psichiatrico della città, il più grande del Paese con i suoi 300 ospiti. Anche noi andiamo a vedere la Casa dei bambini, che ne ospita 50 in attesa di adozione. I bambini si stringono spaventati alla suora che ci accoglie, ma dopo un canto ci vengono subito a salutare e non ci lasciano un attimo. La tappa seguente è la città vecchia, circondata dalle mura dell’antico castrum del II secolo d.C. con la Moschea Reale, la più antica dell’Albania e seconda solo a quella di Tirana. Durante il regime lo stato albanese era dichiaratamente ateo e qualsiasi religione era proibita: delle 30 moschee presenti a Elbasani alla fine della seconda Guerra Mondiale, ne sono rimaste solo tre dopo il comunismo. Alcuni edifici si sono salvati dalla distruzione perché storici, altri perché riconvertiti in depositi.

Scutari invece è a nord, a 2 ore di distanza dalla capitale. Questa era la zona con maggiore presenza cattolica dell’Albania (che professa altre religioni tra cui quella cristiana ortodossa e islamica) e qui si percepisce molto l’impatto avuto dalle persecuzioni. Il convento delle Clarisse in quegli anni era diventato una delle tante prigioni dove venivano torturati e uccisi i cristiani. Qui ci ha parlato Suor Lula, nata sotto il regime: i suoi santi, i nonni e i genitori, insegnavano le preghiere la sera con le finestre sbarrate e una sentinella. A scuola si chiedeva chi sapeva fare il segno della croce, a quel punto tutta la famiglia era condannata alla prigionia. I suoi occhi parlano dell’amore di Dio che non abbandona, ma anche della consapevolezza che “è più semplice ricostruire una chiesa che ricostruire una persona”. Accanto al convento il museo dell’orrore della persecuzione, dove si ricordano tutti i martiri.
Nicola e Giovanna ci accompagnano nella visita della città e della sua Comunità. Un breve passaggio al castello soprastante Scutari, dove la leggenda racconta essere stata sepolta viva Rozafa, che volontariamente si sacrificò per far nascere la città. Nel pomeriggio la preghiera con la comunità al convento delle Suore Stigmatine, anch’esso carcere per i cristiani. Infine la visita agli anziani della piccola casa di cura, che aspettavano con gioia il nostro arrivo.

Alla partenza le valigie erano piene, ora ritorniamo ancora più carichi di esperienza e di gioia. Ci hanno affascinato e ammirato molti volti dell’Albania, tante storie ci hanno toccato e commosso. Ci rimane un’immagine ad accompagnarci, il nostro amico Ilir che dice: “Grazie Italia, il cuore mi ride

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