Il papa a Tor Bella Monaca

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La Repubblica .it

Tor Bella Monaca sui media o nei discorsi da bar risulta spesso e volentieri per il degrado e la criminalità. Di certo non merita una lettura solo negativa. Sembra impossibile da un punto di vista esterno poter amare questo quartiere, per il quale molti hanno perso la speranza. Vivere a Tor Bella Monaca non è confortante: palazzoni grigi, strade dissestate e luci spente nelle piazzette e nelle palazzine. Una logica del “risparmio” in un posto in cui sono spese invece le speranze di diversi attori sociali che vi operano. Lo stato di abbandono comunque trapela: gruppetti di bambini girovagano per il quartiere, tra le panchine rotte dei giardini in cui sfrecciano motorini. Quali possono essere le loro figure di riferimento e chi si assicura che continuino ad andare a scuola? Trascurare i bambini è uno dei segni che la speranza nel futuro è perduta e che sono lasciate prevalere le leggi dell’indifferenza e della violenza quotidiana. Tuttavia la domanda di affetto e di attenzione emerge con sufficiente chiarezza a chi vuole leggere il quartiere. Anch’io che opero nel quartiere con la Scuola della Pace, il doposcuola della Comunità di Sant’Egidio, qualche volta mi sono fatta prendere dallo sconforto per un bambino perso di vista o per i problemi più grandi di me che mi si paravano davanti. Ma domenica, la visita del Santo Padre ha portato un po’ di luce a Tor Bella Monaca, le sue parole hanno ridato speranza a tutti e quando, benedicendo tutti i bambini della Scuola della Pace, mi ha detto di continuare così, ho capito che non è tutto perduto, che anche a Tor Bella Monaca c’è speranza!

Mi ha reso molto felice la frase detta da un bambino della Scuola della Pace subito dopo il passaggio del Papa: era prima venuto da me per mostrarmi una lettera che aveva scritto per il Papa, dicendomi che doveva assolutamente dargliela. Conoscendo le sue preoccupazioni, speravo anch’io che il gesto di speranza riuscisse. Non speravo tanto che ci sarebbe stata l’occasione di potergliela dare ma lo feci comunque mettere il prima fila, alle transenne. Quando il Santo Padre è passato, l’ha benedetto e ha preso anche la lettera. Subito dopo questo bambino è venuto da me con le lacrime agli occhi e mi ha detto “Allora il Papa pensa anche a me!”: lì, in quel momento, in quelle parole c’era speranza.
Tornata a casa, ho sentito il discorso che il Santo Padre ha fatto al consiglio pastorale e mi sono “sentita chiamata in causa” quando ha raccontato un’antica storia ebraica:

«E c’era un uomo ricco, molto intelligente – è una storia di tanti secoli fa, che loro raccontano – e nella sua intelligenza leggeva la Bibbia e diceva: “Il profeta Elia deve tornare, deve venire…”, e non capiva perché non venisse, il profeta Elia. È andato dal suo rabbino. Il suo rabbino – vecchio, saggio – gli ha detto: “Vai nell’altro paese e troverai una casa così, così, così. Prendi tutto, tutte le cose per fare la festa – perché arrivava la loro festa del Capodanno – tutte le cose da mangiare, e portale lì in regalo e stai con loro un giorno di festa. E lì troverai Elia”. E questo uomo ricco ha fatto due cestini e se ne è andato e ha fatto festa con loro, ma guardava, guardava e non vedeva Elia. Poi è tornato, dopo un giorno, e è andato dal rabbino e ha detto: “Ho fatto quello che tu mi hai detto, ma non ho visto Elia. Cosa devo fare? Tu mi hai ingannato!” – “Torna dopodomani, con le stesse cose, ma non bussare alla porta: ascolta dalla finestra di che cosa parlano”. Erano gli ultimi giorni della festa. Quest’uomo si è avvicinato alla finestra, ha ascoltato e questa famiglia ebrea povera, povera, povera che non aveva da mangiare, parlava ai figli che dicevano: “Mamma, adesso come festeggiamo l’ultimo giorno della festa che non abbiamo da mangiare? Papà, come facciamo?”. E la mamma e il papà hanno detto: “Abbiamo fiducia: così come Elia, il profeta, è venuto il primo giorno, tornerà anche oggi”. E quell’uomo, che sentiva dalla finestra, si è accorto che il profeta Elia era lui.»

Il Santo Padre ci ha fatto un importante invito: tutti noi dobbiamo essere profeti di un messaggio di pace, ne siamo tutti in grado: basta prendersi cura gli uni degli altri, aiutare chi in quel momento è in difficoltà.
Penso che la visita del Papa abbia fatto capire a tutti che le periferie non sono mai dimenticate e sta nelle capacità di ognuno di noi riuscire a migliorarle aiutandoci gli uni con gli altri!

Giulia Baini

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