Contro l’immigrazione = contro la complessità = idiozia ≠ etica della responsabilità

Sapevamo che Triton, l’operazione nel Mediterraneo guidata dall’Unione europea, non era congegnata per sostituire l’operazione italiana Mare Nostrum. A livello di governo italiano, quasi per udito selettivo, non si voleva recepire questa amara verità, ossia il dato non solamente tecnico che l’operazione europea è incentrata sul controllo delle frontiere della nostra fortezza Europa. Non a caso i commissari dell’Ue hanno di recente sottolineato che Triton non sostituisce la responsabilità dell’Italia.

Mare Nostrum era nata dopo il naufragio del 2 e 3 ottobre 2013, in cui persero la vita 366 persone.  Nell’estate che precedette il tragico accadimento, papa Francesco aveva fatto visita a Lampedusa  e da una barca allestita come altare aveva rivolto una preghiera semplice e diretta contro la globalizzazione dell’indifferenza.

Foto di Massimo Sestini

Foto di Massimo Sestini

La politica europea e italiana si trovava e si trova di fronte a una scelta: l’indifferenza o l’impegno. Il potenziamento dei salvataggi delle vite in mare, così come i tanti arresti degli scafisti sono stati buoni segnali del senso di responsabilità dell’Italia. Qualcuno ha visto in questa presa di coscienza un principio di identità europea, che come fatto nuovo nella storia non si costruisce nell’odio fra popoli o per questioni di autonomia, con guerre e lotte di potere, ma con la condivisione di valori umani. Al netto, Mare Nostrum è stata un successo, garantendo anche un elevato standard di tutela della salute dei migranti. L’Italia non si trova  del tutto sola sulla scena europea: da una parte molteplici fondi assicurano un sostegno proporzionalmente misurato a un Paese proteso sul Mediterraneo; dall’altra l’Italia riceve poco più di un quarto delle domande di asilo rispetto alla Germania e degli 11,7 milioni di rifugiati nel mondo, solo 65 mila sono in Italia. I rifugiati, ossia coloro che fuggono dalla guerra e dalla persecuzione e che più potrebbero trovare serenità in Europa si riversano piuttosto nei Paesi confinanti, in zone altrettanto instabili anche per via della pressione migratoria, che si aggira su ben altre cifre. D’altronde la distinzione tra rifugiato e migrante economico ha perso di efficacia analitica: non è giustificabile negare l’accesso a tutti coloro che cercano di muoversi da aree non economicamente sviluppate, da situazioni di estrema povertà, con la prospettiva di sostenere le proprie famiglie rimaste nel paese di origine grazie alle rimesse. Permettere i flussi migratori è un minimo di cooperazione internazionale, che per definizione stimola la prosperità globale.

La scomparsa da un giorno all’altro di Mare Nostrum – in gergo tecnico e soft, il phasing out – ha dato prova, come squallida sfida all’Europa, dell’inadeguatezza di Triton, con pochi mezzi e obiettivi diversi.

Gli sprechi di risorse e di finanze sono molti e si è deciso di tagliare su questo; per ora non rimane che tirare la leva della solidarietà dal basso con una raccolta fondi dei cittadini, non trattandosi di somme neanche lontanamente destabilizzanti (vedi articolo su Avvenire, Sant’Egidio: dopo la strage di Lampedusa ripristinare Mare Nostrum). Tuttavia porre al centro dell’azione dei governi europei la solidarietà tra Stati e tra popoli significa anche chiedere il minimo rispetto dei trattati, in cui lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia che si vuole costruire non è dato dalla impermeabilità delle frontiere. Il termine “sicurezza” è incastonato tra la “libertà” e la “giustizia” e non può negarle.

È sconfortante vedere che l’Europa e l’Italia hanno fatto notevoli passi indietro nella politica comune di immigrazione e di asilo. Il tutto si inserisce in un senso di impotenza delle rinnovate istituzioni europee di fronte alle sfide internazionali: il commercio con gli Stati Uniti, il nucleare iraniano, il conflitto in Libia, il Medio Oriente, la guerra in Ucraina e così via. Si contestano da una parte la “parrocchialità”, vale a dire il provincialismo dei leader europei, dall’altra i rigurgiti nazifascisti, opporsi ai quali sembra buonismo.

Non si tratta di buonismo né di terzomondismo. L’approccio alla politica migratoria dell’Unione europea non connesso a una politica internazionale di pace, intesa anche come prosperità di giustizia e di risorse, si riduce al premiare umanitariamente i migranti dalla pelle dura che riescono a superare i flutti del Mediterraneo, in un macabro giochi senza frontiere. Non si può cedere agli estremi, che sono l’indifferenza o la totale deresponsabilizzazione. Dire che non si è razzisti, ma anti-immigrazionisti è un’idiozia pari al dire che nel mondo non ci sono le guerre o la povertà. Gli stessi che declamano la politica della cura del proprio orto, appena quest’orto si inaridisca e avendo distrutto la rete di solidarietà, sarebbero i primi a depredare l’orto del vicino. Sono inascoltabili quelle semplificazioni per cui i migranti andrebbero assistiti in mare e poi respinti, al di fuori di ogni grazia divina o umana. Come ha detto il noto comico Maurizio Crozza, ci mancherebbe solo la proposta di una barriera corallina di migranti, poggiata su chiatte in mezzo al Mediterraneo. Lo humour nero non serve a mancare di rispetto, ma a scardinare la miseria di discorsi votati al consenso. I diritti non si fondano sul consenso, ma sulla lotta per il diritto, per la sua osservanza e  il suo sviluppo, che significa solidarietà a tutti i livelli, tra europei e nuovi europei, tra governi europei e terzi. Inoltre, si potrebbe dimostrare economicamente che la migrazione è un vantaggio, ma si rischia di cadere negli stessi schemi utilitaristici dei razzisti che vedono sempre il cibo nel loro piatto scarso quando pure ne buttano. Se si fa discorso di sostenibilità dei flussi migratori, le stime delle Nazioni Unite ci ricordano che stiamo ben al di sotto di una portata che potrebbe causare veri problemi. Ma l’unica strada per non vivere nell’emergenza continua è la pace, nei nostri quartieri e nelle regioni in conflitto per non vivere con la vera paura che è quella di vedere gente annegare in mare nonostante le forze dispiegate; per non farci imprigionare dalla degradante paura del diverso.

Alessandro Iannamorelli

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