L’amicizia unisce, l’amore fa vivere!

Da più trent’anni, il 31 Gennaio, la Comunità di Sant’Egidio ricorda le vittime della vita in strada a partire dalla morte di Modesta Valenti, una donna senza fissa dimora, di 71 anni, che viveva nei pressi della Stazione Termini, dove si rifugiava la notte per dormire.

Proprio oggi pubblichiamo l’intervista a Lucia LUCCHINI, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per il servizio ai senza fissa dimora di Roma.

D: Un indicatore della crisi attuale è rappresentato dall’aumento delle persone che vivono per strada?

R: Si, certo. Durante tutto l’anno percorriamo le strade di ogni paese in cui si trova la Comunità, usciamo come ci ha invitato a fare anche Papa Francesco, per incontrare chi vive per strada. Per quanto riguarda Roma, si stima che circa 2500 persone vivano per strada, mentre altre 2000 trovino riparo nelle roulottes, nelle baracche o nelle automobili.

D: Quando è iniziata quest’amicizia con i poveri della strada?

R: L’amicizia è iniziata più di trent’anni fa, andando a cercarli dove vivevano: sotto i ponti e per le strade del centro della cittá, cercando di rompere un po’ l’isolamento nel quale si trovavano.

Una delle prime scoperte, è stata che c’era qualcosa di simile nel passato di tutti loro: nessuno gli aveva dato una mano quando ne avevano avuto bisogno, ed erano stati travolti dai problemi della vita, molti di loro avevano perso la speranza di poter cambiare vita, erano stati presi da una rassegnata disperazione.

In questi anni ci siamo resi conto che la cosa più bella che potevamo offrire era la nostra amicizia, ed è con questa amicizia che tanti uomini e tante donne povere, provati dalla vita, superano le difficoltà e ricominciano a vivere. Ed è per questo che quello che noi facciamo la sera, quando andiamo a portare loro del cibo, non è solo assistenza -anche se è necessario, perché mancano di tutto- ma è qualcosa che ci coinvolge personalmente. Le cene che portiamo per strada, non sono delle semplici distribuzioni, ma una costruzione fedele di amicizia con chi non ha  più un legame, con chi ha perso tutto e non conosce più la gioia di amare ed essere amato.

D: nei primi periodi di vicinanza e di amicizia con le persone che vivono per strada, vi siete per caso ispirati alla figura di Madre Teresa di Calcutta? Qual è stato il motore di questo nuovo inizio che vi ha spinto a ricordare a tutti come si ama?

R: Ci ha mosso la stessa motivazione che ha spinto Madre Teresa: vivere il Vangelo pensando che non ci sono differenze tra noi e chi non ha nulla. Noi abbiamo avuto opportunitá diverse ed oggi abbiamo un grande debito nei confronti di chi ha bisogno di noi per vivere. Penso che madre Teresa, anche lei sia partita da lì. In questo senso riconosciamo la sua grandezza nell’amore, e direi che la radice sia la stessa: il Vangelo. È un invito all’amore per tutti!

D: C’è una storia in particolare che vorrebbe raccontare ai lettori del blog?

R: Penso che il blog sia un bel modo per far conoscere la storia di Paolo a tutti gli amici che ci seguono.

Abbiamo conosciuto Paolo 10 anni fa. Era un trentenne tossicodipendente, con un braccio amputato e tanta rabbia che sapeva esprimere con poche parole. Conoscevamo anche suo padre Antonio, un alcolista malato che da anni veniva a mangiare alla nostra mensa a Trastevere. Ci ha raccontato dell’altro fratello tossicodipendente, morto da poco tempo, e della mamma morta. Ci ha detto che a pochi mesi dalla morte di sua madre vagava in una stazione di un paese vicino a Roma. Era sotto l’effetto di stupefacenti, ed è stato investito da un treno. Ne seguì un periodo di coma, un lungo periodo dell’ospedale, dal quale è uscito con il braccio amputato. Quando è arrivato a Roma, il padre l’ha portato alla mensa e noi li l’abbiamo conosciuto. Nonostante fossimo diventati suoi amici, continuava però ad avere esplosioni di rabbia e non capivamo perché. Un giorno davanti all’ennesima reazione violenta non ci siamo arresi. Vincendo un po’ di paura, gli abbiamo chiesto “Perché ti arrabbi così? Come possiamo aiutarti? Che cosa possiamo fare per te?” Lui ci rispose “Andatevene! Lo vedete che sono cattivo!” A questo punto gli abbiamo detto quello che tutti hanno bisogno di sapere per vivere: “Siamo amici tuoi! Ti vogliamo bene! Non ci fai paura! Vogliamo solo sapere che cosa possiamo fare per aiutarti!” A quel punto Paolo si è disarmato e ci ha spiegato il motivo di tanta rabbia: ha detto “io vorrei il mio braccio, ma nessuno me lo può ridare”. Non sapevamo nemmeno se prendere in considerazione questa sua richiesta, ci sembrava una cosa difficile, una persona così, con la quale non si poteva neanche parlare, figuriamoci portarlo all’ospedale a chiedere ai medici se si poteva fare qualcosa.

Cedere al senso di impotenza, ripiegarci sui nostri dubbi e sulle nostre incertezze, sulle difficoltà e sulle impossibilità, è un po’ perdere il senso della vita di chi abbiamo davanti. È come mettergli un peso in più sulle spalle. E di questo non hanno bisogno i nostri amici poveri.

Così abbiamo contattato uno dei migliori ospedali in Italia in fatto di protesi: il Rizzoli di Bologna e abbiamo chiesto se fosse possibile per lui fare questa protesi. È stata una vera e propria avventura!

Una volta tornati a Roma la gioia di vedere realizzato il suo sogno perché aveva questa protesi e di essere stato preso sul serio sulla sua richiesta d’aiuto, ci ha reso molto più amici, ma soprattutto ha reso Paolo migliore. L’aggressività è diventata un lontanissimo ricordo!

Di lì a poco sono arrivati i soldi dell’assicurazione che risarciva Paolo dell’incidente per il quale aveva perso il braccio. Così li abbiamo aiutati a comprare una piccola casa in Abruzzo, poiché Paolo doveva allontanarsi dai luoghi dove aveva vissuto la tossicodipendenza a Roma. Sono stati dei giorni di grande gioia per loro e anche per noi! La felicità che si prova per gli altri e di un’altra intensità rispetto a quella che proviamo per noi! Provandola lì mi sono detta che davvero c’è più gioia nel dare che nel ricevere!

Dopo qualche tempo è morto il padre di Paolo e lui è ritornato a Roma, perché come dice -ed è vero- noi siamo la sua famiglia!

Oggi è un uomo nuovo, si sta curando in attesa di entrare in una comunità terapeutica per abbandonare definitivamente l’uso delle sostanze stupefacenti e degli alcolici, e la rabbia ha lasciato posto al sorriso e alla speranza di avere quel futuro che da tanto tempo non riusciva neppure a sognare.

Papa Francesco parlando dei poveri ha detto “non lasciamoli soli”. Questo è il segreto di cambiamenti inaspettati, perché la solitudine aggrava qualsiasi tipo di situazione.

D: chi sono i protagonisti di questa bella storia?

R: Parlo spesso al plurale nel raccontare la storia di amicizia con Paolo, perché coinvolge tanti di noi, facendoci esprimere il valore della necessità del nostro ascoltare, pensare, aiutare insieme sostenendoci a vicenda l’uno con l’altro e mai da soli. È così che si superano le difficoltà che sembrano insormontabili! La solitudine, l’ingiustizia, l’abbandono, INSIEME si possono sconfiggere, e penso che davvero tutto può cambiare!

D: Come sta oggi Paolo?

R: In un’intervista rilasciata durante il pranzo di Natale, Paolo ha risposto alla domanda se fosse contento del Natale trascorso insieme, con queste semplici parole: “Sono contento perché vivo protetto dalla Comunità”. Con questa frase sintetica, spiega perfettamente la sua e la nostra forza: quella dell’amicizia, che con parole e gesti affettuosi vuole liberare persone che spesso sono vittime dei loro stessi errori. Li libera dalla condanna a restare soli e disperati senza poter avere un’altra possibilità: la nostra amicizia non smette mai di sperare, di proteggere dal male con la compagnia e la preghiera!

Ora Paolo e tanti altri amici della strada sono in attesa di un altro momento importante che é rappresentato dalla liturgia in memoria di Modesta: http://www.giovaniperlapace.it/2013/03/il-giorno-di-modesta/

Em.Me.

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