Costruire la pace è possibile: anche quando la logica serrata della guerra, dello scontro e dell’opposizione prevale, il dialogo va liberato sempre.
«Quale pace intendo? Che tipo di pace cerchiamo? Non una pax americana, imposta al mondo con le nostre armi. Sto parlando di una pace autentica, il tipo di pace per cui vale la pena vivere» queste le parole di John Fitzgerald Kennedy ricordate da Marco Impagliazzo nel suo editoriale su Avvenire nell’articolo uscito il 3 giugno.
Partendo dalle parole di Kennedy, Impagliazzo ricorda l’importanza della pace e di ritornare, oggi, ad una cultura del dialogo che sembra ormai scomparsa: “Non si tratta, oggi come allora, di confondere tra aggressori e aggrediti, ma di rifiutare la logica del ‘noi che abbiamo ragione’ contro ‘loro che hanno torto’”.
La demonizzazione dell’altro porta, come ha scritto Leone XIV, ad «una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre l’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione».
Davanti a tutto questo, però, noi abbiamo gli strumenti per “resistere alla barbarie del mondo”. Come disse il filosofo Morin «abbiamo dentro di noi gli anticorpi» che devono essere nutriti da «amicizia, solidarietà, fraternità, comunione, amore, capolavori della poesia, della letteratura, della musica, della pittura, del cinema».
La guerra non è inevitabile, ed è possibile costruire la pace. “La storia” ci ricorda Impagliazzo “può essere ‘piena di sorprese’. Può esserlo ancora se non cederemo al bellicismo, se disinnescheremo le narrazioni parziali e fuorvianti, se sapremo parlare delle mille cose preziose che ci rendono uomini”.