Categoria: Solidarietà

Un pranzo speciale

Un pranzo speciale

Per la maggior parte di noi un pranzo in famiglia è visto come un evento consueto che scandisce le nostre giornate, ma per gli anziani in istituto è una rara opportunità per vivere insieme un momento speciale. In occasione del 46° anniversario della Comunità di Sant’Egidio i Giovani per la Pace e gli anziani del quartiere San Giovanni (Roma) hanno organizzato un pranzo nell’ istituto di Via Alba. Le signore che vivono in questa casa di riposo sono nostre amiche da molti anni e il motivo fondante che ci ha spinto ad andare a trovarle tutti i sabati è stato il vedere nei loro occhi la tristezza della solitudine vissuta in ogni momento delle loro giornate. La puntualità dell’inizio del pranzo ci ha fatto subito comprendere quanto attendevano questo giorno di festa: grazie al prezioso aiuto del gruppo della Comunità di Sant’Egidio della zona siamo riusciti a sederci tutti a tavola con le anziane e ad ascoltare le loro storie, che ogni volta ci stupiscono e ci fanno riflettere. Gli anziani sono custodi di storie e racconti di tempi non troppo lontani..un vero patrimonio da raccogliere e diffondere per mantenere viva la memoria. Mentre Carmelo ci raccontava della solidarietà vissuta in Polonia dalle popolazioni dei territori occupati dai Nazisti, Caterina (napoletana DOC) si complimentava per le prelibatezze offerteci dai migliori ristoranti del quartiere. Ci ha colpito molto l’immediata sintonia che si è venuta a creare tra le nostre amiche anziane e il gruppo di “non più giovani” volontari che hanno organizzato il pranzo.   Il momento più divertente è stato sicuramente quello degli stornelli romani che si sono presto mischiati alle canzoni napoletane e calabresi intonate dai migliori cantori provenienti da tutta la penisola italica: il canto e il ballo di giovani e anziani insieme hanno dimostrato come si possa creare un clima di gioia e di amicizia anche tra generazioni diverse. Per concludere questo meraviglioso giorno di festa abbiamo chiamato al centro Pina, che con i suoi 100 anni è la più “grande” dell’istituto, e Dario, che ne ha appena 83 di meno, per spegnere insieme le candeline del compleanno della comunità ed esprimere il desiderio di poterci tutti rincontrare presto e far crescere ancor di più questa bella amicizia. Roberto Barrella

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Grande festa in istituto a Novara

Grande festa in istituto a Novara

La nostra galleria fotografica si arricchisce di nuove foto. Direttamente da Novara ecco le foto della festa che i Giovani per la Pace hanno organizzato con gli anziani. Buona visione. Clicca per accedere alla galleria

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L’amicizia unisce, l’amore fa vivere!

L'amicizia unisce, l'amore fa vivere!

Da più trent’anni, il 31 Gennaio, la Comunità di Sant’Egidio ricorda le vittime della vita in strada a partire dalla morte di Modesta Valenti, una donna senza fissa dimora, di 71 anni, che viveva nei pressi della Stazione Termini, dove si rifugiava la notte per dormire. Proprio oggi pubblichiamo l’intervista a Lucia LUCCHINI, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per il servizio ai senza fissa dimora di Roma.

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Amici degli anziani all’ombra dell’Arena

Amici degli anziani all'ombra dell'Arena

Verona, Piazza Brà, l’Arena. Migliaia e migliaia di persone ogni anno accorrono nella città di Romeo e Giulietta per assistere all’Opera. Il Rigoletto, l’Aida, la Traviata… le voci di meravigliosi cantanti lirici risuonano nell’antico anfiteatro romano e affascinano gli spettatori che da decenni affollano le gradinate dell’Arena. A pochi passi dalla piazza, un vecchio istituto di riposo dall’aspetto un po’ fatiscente si confonde in mezzo alle case. Lì vivono da qualche anno alcune di quelle meravigliose voci che entusiasmavano gli appassionati dell’Opera e, insieme a loro, professoresse in pensione, umili ferrovieri, operai… È un mondo variegato di uomini e donne anziani, che in modo malinconico, senza più essere chiamati per nome da nessuno, trascorrono gli ultimi anni della loro vita. Assunta, ad esempio, rimaneva per ore affacciata sulla strada, nella speranza che qualcuno venisse a trovarla; trascorreva così le sue giornate senza però ricevere visite da nessuno. In questo luogo di solitudine, da circa un anno, vengono in visita i Giovani per la Pace. Forse Assunta, quando ci ha visti arrivare per la prima volta, avrà pensato che la sua attesa, finalmente, era stata esaudita… Non aveva pensato, forse, che non si sarebbe più liberata di noi! Pubblichiamo qui i pensieri e le emozioni di Silvia, dei Giovani per la Pace, che racconta la straordinaria amicizia che, insieme ai suoi compagni, vive da quasi un anno con gli anziani. “Ciao, ti va di andare a fare un giro insieme questo pomeriggio?” “No scusa mi dispiace…i miei amici anziani mi aspettano!” È quasi un anno che frequento i Giovani per la Pace e dialoghi come questi, con i miei amici, si verificano settimanalmente e in molti si chiedono dove io trovi la forza e la voglia di andare in istituto… sinceramente non lo so nemmeno io! C’è qualcosa di magico nel viso di questi miei nonni adottivi, qualcosa di cosi grande da non poter essere spiegato con le parole. Solo chi lo prova può capire l’amore che si nasconde dietro questi anziani che spesso non si ricordano quello che hanno fatto la mattina ma non si dimenticano mai dell’amicizia nata fra noi! Ho provato a mettermi nei panni di un estraneo che vede questi giovani che passano i loro pomeriggi in un istituto fra un bastone e una carrozzella e mi rendo conto quanto sia difficile comprendere… ma a me non interessa, a me interessa amare questi anziani e cercare di farli uscire, anche solo per poche ore alla settimana, dalla loro prigione di solitudine! Poi lo so… ciò che io faccio per loro non sarà mai gran de quanto quello che loro donano a me, e per questo non finirò mai di ringraziarli!! GRAZIE ANZIANI! Silvia, dei Giovani per la Pace di Verona

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Intervista al Prof. Alessandro Zuccari

Intervista al Prof. Alessandro Zuccari

  L’intervista è stata rilasciata a seguito dell’intervento del professore all’incontro “Per un mondo senza ingiustizia“, tenutosi a Roma lo scorso 11 gennaio.     Prof. Alessandro Zuccari, professore ordinario di storia dell’arte presso l’università la Sapienza, uno dei primi membri della Comunità di Sant’Egidio. Domanda: L’incontro di oggi è intitolato “Per un mondo senza ingiustizie”. In che modo possiamo ribellarci a questo “mondo disumano”? Risposta: Il mondo è ingiusto? Allora ribelliamoci davvero! Ma la ribellione non è solo far esplodere le contraddizioni. La ribellione è andare contro corrente rispetto a un mondo conformista che accetta la realtà passivamente o fa solo denunce formali, esteriori. La vera denuncia consiste nel rispondere ai problemi concreti, ad esempio nel da mangiare a chi non ha da mangiare e poi nell’insegnargli ad aiutare gli altri che non hanno da mangiare. Molti di noi hanno aiutato ai pranzi di Natale per i poveri: non è stato solo l’episodio positivo di un anno in un momento di festa, ma il frutto di una ribellione quotidiana contro l’ingiustizia della città. È una ribellione pacifica perché davvero il frutto dell’antica ribellione di Dio contro l’ingiustizia. Dio non è ingiusto, ma accetta di nascere e farsi bambino a Betlemme. “Dio nessuno l’ha mai visto” si legge nel Vangelo di Giovanni, bisogna scoprirlo. Dio va scoperto in una stalla, dove condivide la paglia delle bestie per ribellarsi all’ingiustizia di un mondo conformista che invece chiude le porte e dice “io non posso farci niente”. D: cosa possiamo fare concretamente? R: Dobbiamo imparare a sentirci cittadini, facciamo noi qualcosa perché le cose cambino. Ad esempio dobbiamo cambiare la cultura delle nostre città, dobbiamo impegnarci a “fare” e nello stesso tempo a “fare cultura”. Possiamo iniziare dagli amici per strada, dagli anziani, dalle scuole per la pace, dagli immigrati, dalle persone malate, dobbiamo far questo al meglio, anche se solo questo non basta. I bambini devono crescere in una città non inquinata. Noi dobbiamo lavorare per un’ecologia della cultura, per un’ecologia della sensibilità umana, per un’ecologia dell’umanesimo. D: Cosa intende per ecologia dell’umanesimo? R: il mondo va cambiato e ciascuno può contribuire a cambiarlo. L’inquinamento causato dall’indifferenza, dalla violenza, dalla contrapposizione e dal culto del denaro, merita l’impegno di tutti noi. Ognuno di noi può essere protagonista una nuova cultura dell’umanesimo per ridare quel respiro necessario non solo alla nostra città e al nostro Paese, ma a tutti i Paesi con cui siamo collegati! Uno dei motivi per cui la nostra città è inquinata e che è fatta di uomini e donne rassegnate che dicono “io non ci posso fare niente”. Certo, da soli non si può fare molto! Mi ha sempre colpito il fatto che i pastori non andarono ad uno ad uno dal Bambino di Betlemme –lo leggiamo nel Vangelo di Luca- ma andarono insieme. Erano una comunità, o comunque lo diventarono nel momento in cui cominciarono ad occuparsi dei poveri andando fino a Betlemme, a vedere quel “segno che il Signore ci ha fatto conoscere”. I pastori...

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Da Roma a Riccione: Il Natale con gli anziani

Da Roma a Riccione: Il Natale con gli anziani

<< Non so come ringraziarvi per la vostra amicizia, siete la mia vita>>. Sono queste le parole con cui ci ha salutato Annamaria, una nostra amica anziana dell’Istituto di Via Alba nel quartiere di San Giovanni (Roma), alla fine della festa di Natale che abbiamo fatto giovedì scorso insieme ai liceali di varie scuole della zona. La numerosa partecipazione di giovani ha subito messo di buon umore le anziane ospiti dell’istituto, infrangendo così lo stereotipo degli anziani tristi, creando un clima di simpatia e affetto che ci ha accompagnato per tutto il pomeriggio. Le nostre amiche aspettavano da tempo questo particolare giorno di festa con lo stesso spirito con cui attendono la nostra visita ogni sabato: quelle tre ore a settimana passate in istituto, che sono solo un piccolo tassello del nostro tempo libero, per le anziane rappresentano una fonte di speranza durante tutte le giornate vuote passate in solitudine. Significativa è stata la gioia che hanno espresso all’arrivo di Paolo, uno dei primi ragazzi con il quale abbiamo iniziato questa bella amicizia tra generazioni, che dopo tre mesi di Erasmus è venuto a trovarci, rendendo ancor più unico questo pomeriggio di festa. La commozione e la felicità delle anziane hanno toccato i nostri cuori specialmente quando abbiamo visto il video con le foto più belle di questi anni di amicizia vissuti insieme. Lasciare un dono ad ognuno di loro è stata la testimonianza del legame personale che ci unisce.Questo è per noi il vero senso del Natale: non limitarsi alla frenesia dei regali e del susseguirsi di cenoni con i parenti, ma trovare il tempo per mettere al centro chi nel corso dell’anno vive ai margini della nostra società. Da quest’anno hanno cominciato a sperimentare questo significativo modo di festeggiare il Natale anche alcuni ragazzi di  una parrocchia di Riccione ai quali abbiamo fatto visita. Siamo andati infatti a trovare insieme a loro i 40 anziani che vivono nell’Istituto “Nuova Primavera”. Nel loro caso questo Natale alternativo, arricchito dall’incontro con il prossimo, è stato l’inizio di una nuova bella amicizia e il loro entusiasmo ha dimostrato che c’è veramente più gioia nel dare che nel ricevere.  Roberto Barrella

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Dalla violenza alla parola

Dalla violenza alla parola

Roma, immigrato ustionato denuncia: “Mi hanno dato fuoco in un cassonetto”. Non è la prima volta che gli immigrati, i senza dimora e i “diversi” sono vittime di episodi di razzismo e di violenza gratuita. L’altro ieri a Verona quattro ragazzi “perbene”, all’uscita da una discoteca, hanno sparato proiettili di gomma su alcune prostitute. A Roma è già successo tante volte che, per noia o per fastidio, ci si accanisca su chi è indifeso dal disprezzo e dalla stupidità altrui. Per questo esprimiamo la nostra solidarietà a Rachid, e speriamo si riprenda presto dalle ferite e dallo spavento. E vogliamo invitarvi tutti, giovedì prossimo, 12 dicembre, a un incontro del corso “Parole degli uomini, Parola di Dio” in cui rifletteremo insieme sul senso della festa ed ascolteremo la testimonianza di un a persona  senza dimora.

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Tamara Chikunova. Una madre per la vita

Tamara Chikunova. Una madre per la vita

“Cari ragazzi e care ragazze”. Ecco come Tamara Chikunova., fondatrice dell’associazione “Madri contro la pena di Morte e la Tortura”, apre l’incontro del 28 novembre nell’aula magna dell’Università Lateranense. Si rivolge a un pubblico di 1600 studenti, come una mamma, e in effetti è così che la chiamano i suoi amici condannati a morte. Una storia di rabbia, di violenza ma soprattutto di grande perdono, il perdono che ha dato a Tamara la grinta necessaria per cominciare la sua lotta contro la Pena di Morte. Perché perdere il sonno per un condannato a morte? La sua storia comincia il 17 aprile 1999, in Uzbekistan, con l’arresto del figlio Dimitrij, condannato a morte per un delitto che non aveva commesso. Troppi sono stati gli insulti e le violenze – fisiche e psicologiche – che Tamara ha dovuto subire per tentare di salvare Dimitrij. Quella del figlio è stata infatti una condanna avvenuta con uno sporco ricatto, con una confessione falsa da firmare davanti a se e la cornetta del telefono vicino l’orecchio, con cui poteva sentire le grida della mamma picchiata dai poliziotti. Così ha inizio il processo. Sin dall’inizio dell’udienza il giudice mette in chiaro che Dimitrij sarebbe stato condannato a morte. La sua sorte, ormai, era già stata decisa. Persino l’avvocato della difesa di Dimitrij firma dichiarazioni contro di lui. Tre giorni dopo, la notizia è resa pubblica: Dimitrij Chikunova Condannato a morte per omicidio. I momenti per parlare col figlio sono pochi, circa un incontro al mese. Il 10 luglio 2000 Tamara va a trovare Dimitrij in carcere, ma l’incontro non avviene: quella mattina, infatti, suo figlio è uscito di cella per la sua esecuzione. Da quel giorno ha inizio la guerra di Tamara contro la società disumana dell’Uzbekistan e del mondo intero. E’ così che è nata la sua associazione, insieme ad altre donne coraggiose e “piccole” come lei che hanno voglia di umanizzare il nostro mondo. Perché, si chiede Tamara, questa crudeltà contro suo figlio? Perché dio l’ha voluta punire? E poi l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio e con don Marco. “ Devi perdonare tutti”, le dice. “Avevo un problema” confida Tamara. “Non dormivo. Per mesi era come se avessi una sete dentro di me. Era la sete di vendetta. La vendetta è una cosa tremenda, ti distrugge dall’interno: non ti fa dormire, non ti fa vivere”. E come darle torto? Dopotutto la pena di morte ricorda molto una vendetta. Forse è per questo che uno stato che utilizza la pena capitale non è in grado di mantenere un ordine tra i cittadini e presenta un enorme tasso di criminalità. E’ la vendetta che si respira nell’aria, che viene promossa dalla legge. Se lo stato per primo commette un omicidio, come fa a dare l’esempio al cittadino? “ Mi dissero di perdonare” rivela Tamara. “ E ho perdonato tutti. Ho perdonato coloro che hanno picchiato e ucciso mio figlio. Ho perdonato anche quegli amici che dopo la morte di Dimitrij mi avevano abbandonata. E...

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Haiyan e il dramma delle Filippine: un abbraccio nella preghiera

Haiyan e il dramma delle Filippine: un abbraccio nella preghiera

La potenza del tifone Haiyan è arrivata a noi con la notizia straziante della lunga scia di morte che si è lasciato dietro. Con la sua furia, il tifone Yolanda (così lo chiamano nelle Filippine ndr) si è abbattuto in Micronesia, Vietnam, Cina e, in modo particolare, sulle Isole Filippine. Dal Sud-est asiatico sogni, speranze, fatica e sacrifici di una vita sono stati spazzati via in un niente: gettando un popolo nell’abisso della disperazione. Genitori che hanno perso i propri figli, bambine e bambini orfani, legami spezzati dalla forza distruttrice del ciclone. Non un semplice fenomeno naturale, nel Pacifico si verifica qualcosa di più particolare: nel Pacifico il male opera nella storia e segna tragicamente il cammino di un popolo. Un fatto, drammatico, che ha subito interrogato i Giovani per la Pace spingendoli a fermarsi per pregare insieme agli amici della comunità filippina a Catania e nei piccoli centri di Riposto e Francofonte. Nella sofferenza nessun popolo, nessuna nazione, nessun uomo può essere lontano dal cuore dei giovani della Comunità di Sant’Egidio. Da qui la necessità di pregare per estendere un abbraccio ai popoli colpiti da Haiyan, lontani geograficamente ma più vicini a noi grazie agli amici filippini che da diversi anni vivono in Sicilia e ancor di più grazie al volto di Dio che abbiamo davanti nella preghiera. La preghiera dei Giovani, è diventata l’occasione per accogliere e incontrare quanti erano spaventati e colpiti dalla tragedia e per alleviare il senso di impotenza che tanti hanno avvertito nel momento della catastrofe. Davanti ad un male così grande e così terrificante si è trovata una risposta nella forza debole della preghiera, dove tutti troviamo sentimenti nuovi e parole di consolazione. L’amicizia, per i Giovani per la Pace è dunque consolazione, l’amicizia è interessamento per le vicende umane, per i drammi vissuti da tanti, anche lontano da noi. Per questo nella preghiera gli amici della comunità filippina hanno trovato conforto. Sono proprio loro a dire “Grazie per questo invito alla preghiera: siamo entrati in questo affetto e in questa generosità”. Le loro parole ci confermano nuovamente come un amore gratuito verso gli altri edifica e costruisce ed è in grado di arrivare là dove le nostre forze incontrano un limite. Un’amicizia disinteressata e orientata all’altro genera stupore e si muove in direzione opposta a quello che normalmente accade, si muove in direzione opposta all’indifferenza: “non ci aspettavamo tutta questa vicinanza” ci hanno detto. Ma la preghiera ha anche liberato energie positive interrogando e spingendo tutti a vivere una dimensione più ampia del noi. Con la preghiera insieme ai giovani amici filippini si è aperta una pagina nuova, allargando l’orizzonte dei Giovani per la Pace e spingendoci a comprendere che è necessario un interessamento di ciascuno alla sofferenza di tanti vicini a noi, nelle nostre città proprio perché tutti hanno diritto ad essere consolati. Allora sulle belle preghiere di Catania, Torre Archirafi e Francofonte si potrebbe concludere dicendo che alleviando il dolore dell’uomo o della donna vicino, migliaia attorno a questi...

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Un sogno chiamato Africa

Un sogno chiamato Africa

La prima impressione appena arrivati a Blantyre(Malawi) è stata quella di non aver mai realmente pensato e vissuto la povertà africana prima di allora; allo stesso tempo abbiamo respirato subito quel desiderio di rinascita e speranza del popolo africano. La vera Africa non è quella del Safari, ma quella della calorosa accoglienza dei nostri amici della Comunità di Sant’Egidio di Blantyre, dell’incontro con i bambini e della visita agli anziani confinati in piccoli rustici sulla montagna. La percezione della vecchiaia in Africa è un insieme di contraddizioni: anche se a volte si riconosce agli anziani il ruolo di padri della patria e custodi della saggezza, nella maggior parte dei casi li si abbandona al di fuori della società; il parallelo con i nostri amici anziani in Italia ci ha fatto riflettere su come bisogna cambiare la cultura nelle nostre città e costruire un’amicizia tra generazioni. La visita al centro DREAM ci ha fatto capire che nella vita non bisogna mai rassegnarsi: la professionalità e la solidarietà di dottori, attivisti e volontari hanno creato in Africa un futuro di speranza per molti malati di AIDS. Il primo incontro con i bambini del Centro Nutrizionale è stato molto toccante: vedere nei loro occhi la felicità per un piccolo gesto di affetto o una parola dolce ci ha fatto comprendere quanto aspettavano la nostra visita e quanto in due settimane avremmo potuto fare per non far rimanere il nostro incontro solo un’esperienza, ma renderlo un punto di partenza per un futuro migliore. La nostra amicizia significa molto per loro, ci fa capire l’importanza della vicinanza ai poveri e la gioia che si prova nel dedicare il proprio tempo agli ultimi. In particolare Sellina e Lucy si sono affezionate subito a noi e, quando siamo andati a trovare gli anziani, loro ci hanno aspettato al centro nutrizionale per poterci rivedere e salutarci calorosamente. Nel week-end siamo andati a trovare i ragazzi del riformatorio: la maggior parte di loro sono lì per aver rubato poco più di una gallina ma, nonostante le precarie condizioni di vita, si riesce a leggere nei loro occhi il desiderio di riscatto e la voglia di vivere una vita serena; l’accoglienza che ci hanno riservato ci ha subito scaldato l’animo e ci ha fatto capire che per loro anche una semplice visita significa molto. All’orfanotrofio il benvenuto è stato sempre molto gioioso: i bambini erano felicissimi della nostra visita e ci hanno dedicato alcuni balli africani; i bimbi del centro nutrizionale hanno regalato i loro disegni agli orfani e si sono esibiti con le canzoni della Scuola della Pace. Quello che abbiamo imparato in queste due settimane in Malawi non lo si apprende né leggendo i giornali né guardando la tv: la felicità, la speranza e l’amicizia con i bambini ha addolcito il nostro cuore e ci ha aperto gli occhi sul mondo africano e sull’importanza di un ponte di solidarietà tra Europa e Africa. http://www.santegidio.org/pageID/3/langID/it/itemID/7467/Vi_raccontiamo_la_nostra_estate_di_solidariet_in_Africa.html Roberto Barrella

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