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Accogliere Khadim e Fakir fa bene al cuore e ci fa tornare a pensare al mondo

Siamo Giovani per la pace, quindi anche giovani per l’accoglienza di chi viene da altri paesi. In un mondo di frontiere chiuse, a causa del virus, occuparsi dei migranti sembra l’ultimo dei pensieri, ma anche loro vivono in Italia. Alcuni sono nostri vicini di casa, altri risiedono in centri di accoglienza. Sono persone con delle speranze e con pesanti viaggi alle spalle, non delle presenze minacciose che tolgono lavoro e portano malattie.  Ne parliamo non per luoghi comuni, ma per conoscenza diretta.
Abbiamo intervistato due giovani che stanno in una struttura di accoglienza in un piccolo paesino della Sicilia, a pochi chilometri da Gela. Con qualche difficoltà linguistica, le loro storie sono dei libri aperti, che rievocano paure e commozione, anche in chi le ascolta. L’Italia che li ha accolti li fa parlare di una vita che è cambiata.
I loro racconti

Khadim è un ragazzo senegalese. Fa del suo meglio per raccontarci in italiano quel che ha vissuto.

“Sono andato via dalla mia terra, il Senegal, per cercare un nuovo futuro e per cercare lavoro. La zona in cui vivevo era molto povera, coltivavamo quei pochi metri di terra che possedevamo e in paese c’era un piccolo allevamento di mucche. Per arrivare in Sicilia, sono partito con un barcone, il viaggio è durato 8 mesi, perché ci siamo fermati molte volte lungo la costa e ogni volta dovevo lavorare per potermi permettere il prossimo biglietto. Molte persone, e anche io, durante il viaggio pativamo la fame la sete: non era vita, era sopravvivenza. La mia famiglia era formata da 4 persone: io, mio fratello minore e i miei genitori, però prima che io partissi papà è morto di stenti, dato che ultimamente le nostre condizioni erano peggiorate. A me piace molto l’agricoltura, infatti spero di coltivare i campi qui in Italia e sono fiducioso. Il modo in cui queste persone mi hanno accolto (riferendosi al personale della struttura) mi dà speranza!”

Fakir, giovane del Bangladesh, anche lui esprime con l’emozione più di quanto riesca a dire nelle prime parole di italiano che ha appreso.

“La mia famiglia è formata da 6 persone. Io ho tre sorelle, la più grande ha 28 anni, la seconda ha 24 anni e l’ultima ne ha 21, mentre io sono il figlio più piccolo. Nella mia famiglia lavoravano tutti come contadini, successivamente mio papà, diventato troppo vecchio per lavorare ha lasciato perdere e quindi ci sono stati molti problemi. Una sera venne a casa mia lo zio e si accorse dei problemi che c’erano in famiglia, lui decise di aiutarci. Lo zio lavorava fuori e periodicamente ci mandava dei soldi per vivere, lo ringrazio molto. Il mio viaggio è stato molto faticoso; dal Bangladesh siamo andati a Dubai, poi ci siamo diretti nella città di Bengasi, in Libia, e alla fine, siamo arrivati in Sicilia. In Libia ho passato i giorni più brutti della mia vita. A Bengasi ho lavorato per un mese e mezzo, come un animale, per 500 dinari (circa 320 euro), inoltre, ogni volta che il padrone ci vedeva riposare per un istante o scambiare una parola con la persona accanto, scalava dallo “stipendio” 100 dinari. Dormivamo in una stanza piccolissima, i padroni, se la mattina ci svegliavamo tardi ci bastonavano. Dopo un mese e mezzo di lavoro aspettavo i miei soldi e così sono andato dal padrone, mi disse che non mi avrebbe dato i miei 500 dinari e vedendo che io ero insistente mi ha minacciato con una pistola. Una bruttissima esperienza. Mi piacerebbe lavorare come elettricista, dato che qui ho frequentato un indirizzo professionale. Qui adesso sto bene!”

 

Gaetano Nigito

 

 

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