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Tamara Chikunova, una “madre contro la pena di morte” che ha salvato tanti giovani

Il 13 marzo alla Luiss la testimonianza dell’attivista uzbeka

Tamara Chikunova è una “madre contro la pena di morte”, perché la violenza di togliere la vita a un uomo “per giustizia” l’ha colpita personalmente: ha perso così suo figlio Dimitri e ha subito anche lei torture. 

Il suo impegno per l’abolizione della pena di morte la porta spesso in Italia a parlare ai giovani nelle scuole e nelle università, come nella conferenza organizzata alla Luiss dall’Associazione dei giovani universitari della Comunità di Sant’Egidio nell’ateneo, con il prof. Pietro Pustorino. 

Racconta una storia di un paese lontano, l’Uzbekistan, ora libero dalla pena di morte, grazie anche al suo impegno.

Tre uomini in abiti civili del dipartimento affari interni arrestano il figlio ma questi la rassicurano che non sarebbe successo nulla di grave; eppure da quell’occasione il figlio non farà più ritorno a casa. Rivede suo figlio dopo 6 mesi in carcere, ma non lo riconosce immediatamente tanto erano disumane le condizioni in cui si trovava. L’11 novembre del 1999 viene emessa la condanna a morte per fucilazione che verrà eseguita segretamente alle 10 del mattino del 10 luglio del 2000 invece di avere un colloquio con sua madre.

I parenti non hanno diritto a sapere nulla sulla morte del condannato né il luogo di sepoltura né altro, specifica Tamara.

Dopo 40 giorni infatti le è stata consegnata l’ultima lettera del figlio che, per lei, vale come testamento: vivere e aiutare coloro che stanno nel braccio della morte.

Nel 2000 fonda di conseguenza l’associazione “Madri contro la pena di morte”, perdonando coloro che hanno ucciso suo figlio perché nella vendetta si sarebbe sentita come una criminale. Era una strada chiusa e senza via di uscita. “Il mondo deve essere guidato dall’amore” dice Tamara citando Papa Francesco.

Le madri hanno fatto la storia — ha osservato il prof. Pustorino. Hanno lottato per l’affermazione dei diritti come le donne di Srebrenica o dell’Argentina.

Arrivano molte lettere a Tamara in cui viene definita “mammina”. Un detenuto, Edward Akhmetshin, che viene fucilato il 29 ottobre 2003 nella prigione di Toshjent, scrive “È una tortura terribile attendere la morte ogni giorno” poiché non sa quando sarà fucilato. La vita di ogni uomo non ha prezzo perché essa è dono di Dio e la pena di morte non può essere approvata e tollerata in quanto contro la vita umana.

Evgenij Gugnin è invece un uomo che è stato graziato una settimana dopo del battesimo e che viene rilasciato nel 2011. Egli dice “la santità della vita può essere compresa e accolta solo da coloro che nel cuore non hanno posto per la violenza e la vendetta”.

Tamara sottolinea come la pena di morte sia una sorta  di vendetta della società e sostiene che tutti i cittadini nei Paesi che permettono la pena di morte sono a loro volta carnefici.

La pena di morte toglie la possibilità di salvare l’innocente e quella ai peccatori di redimersi e la cosa peggiore è che un paese non può decidere chi deve vivere e chi deve morire.

In conclusione Tamra dice che il processo al figlio Dimitri alla fine viene considerato iniquo e che il figlio è stato riabilitato. Una giustificazione postuma, però, non riporta in vita il condannato.

Tamara tiene inoltre a ringraziare la Comunità di Sant’Egidio che l’ha aiutata ne dialogo con il governo che non l’ascoltava; il lavoro per l’abolizione della pena di morte in Uzbekistan è durato 7 anni fino al 2008.

>> LA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO: NO ALLA PENA DI MORTE

È un orrore di ogni giorno, di tutti i giorni, essere minacciati dalla polizia, non solo per i condannati ma anche per le loro famiglie.

Più di 100 persone sono state salvate con la collaborazione della Comunità di Sant’Egidio e nel 2008 la pena di morte in Uzbekistan è stata abolita.

Tamara ha lavorato anche in altri paesi come il Turkmenistan, il Kazakistan e il Kirghizistan (dove sono state salvate 167 persone) nonché in Mongolia.

L’abolizione della pena di morte deve essere il segno di una società civile e moderna; i morti sono causati causati dalla nostra indifferenza, così come la gente in strada, gli anziani, i disabili, i bambini in Africa tra malattie e genocidi e molto altro ancora, questa è la pena di morte.

Tutti noi siamo responsabili perché ci dimentichiamo di coloro che sono condannati a morte dall’indifferenza della società.

Si rivolge al pubblico come una madre, è importante per lei che non si possano portare risentimento e vendetta. La misericordia verso chi sbaglia sempre preferibile. Attraverso la morte del figlio ha salvato la vita a tanti giovani. Al di sopra della giustizia c’è solo il perdono.

Tamara conclude con alcune esortazioni a noi ragazzi invitandoci a “non perdete la speranza perché tutto può cambiare; tutto inizia dal cambiamento di se stessi”.

 

 

Di Matteo Arcangeli

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