Le leggi razziali del 1938 e gli “italiani brava gente”

Come non sottovalutare questa pagina buia della storia italiana

 

 

Esci tu non puoi entrare”, “Sei stata espulsa”,“Non puoi più andare a scuola”, sono le frasi dette dagli adulti a Piero, Liliana, Alberto, Settimia che durante il fascismo sono stati espulsi dalle loro scuole. Rappresentano tutti i bambini che nel 1938 non hanno più potuto frequentare la scuola pubblica a causa di un insieme di leggi che vietarono loro il diritto all’educazione. Le leggi razziali disciplinarono con assurdo e distaccato cinismo la sistematica esclusione degli ebrei dalla vita sociale.

Le leggi razziste proibivano agli ebrei italiani di avere attività commerciali, di sposarsi con una persona non ebrea, di lavorare nella pubblica amministrazione e di poter compiere tante altre attività.

Tutto ciò accadde nell’indifferenza di tanti. “Indifferenza” è anche la parola che giganteggia al Memoriale della Shoah a Milano, perché questo atteggiamento “invisibile” di fronte ad accadimenti ben visibili portarono allo sterminio di sei milioni di ebrei nei campi di concentramento. Su questa parola ha riflettuto anche Alberto Angela in uno speciale sulla deportazione degli ebrei romani nel 1943, a 75 anni dall’accaduto. La trasmissione ha avuto ascolti record e questo fa ben sperare che in molti non vogliano rimanere “indifferenti” di fronte alla storia e al presente.

Le leggi non sono una questione banale: possono rendere obbligatorie azioni contro ragione e contro il senso di umanità, in ogni angolo d’Italia.

Dopo la guerra abbiamo scritto tanti “mai più” alle discriminazioni nella nostra Costituzione, però oltre alle leggi ci sono l’atteggiamento delle persone e le decisioni concrete.

Succede ancora di ritrovarsi su un mezzo pubblico e di assistere a italiani che vogliono impedire agli stranieri di salire sull’autobus; c’è ancora chi si rifiuta di sedersi vicino a una ragazza di origine indiana su un treno perché diversa.

Bisogna conoscere la storia delle leggi razziali per capire che non furono un incidente: furono decine di provvedimenti, spietati e categorici, talvolta applicati con zelo dalle persone e dai funzionari pubblici. È ora di accantonare una volta per tutte il proverbio “italiani brava gente”. Così come oggi è necessario capire che aria stiamo respirando e se, tutto sommato, le parole e gli  atti di violenza contro gli stranieri non vengano proprio dal nulla.

Non fa bene pensare che ci sia una distanza tra propaganda e realtà. Anche le leggi razziali erano viste come propaganda, come parole dure che sarebbero state nella pratica più morbide. Intanto, la vita di bambini, famiglie, anziani e lavoratori veniva segnata per sempre.

Il punto di partenza per la riflessione può essere l’ascolto delle testimonianze degli ebrei deportati, che ricordano quel giorno in cui furono espulsi da scuola. Le leggi razziali iniziarono per tempo prima dell’inizio dell’anno scolastico 1938-1939 e colpirono prima di tutti il mondo della scuola. Sono la cultura e l’amicizia – come quella dei bambini – a essere i primi nemici del “razzismo”.

Come ha detto un bambino della Scuola della Pace: “se studio potrò rispondere con le parole”. E questa è la radice di un futuro scritto con parole diverse: non l’espulsione e l’intolleranza, ma l’incontro e la fraternità.

Di Aurora Isoldi, Alessandro Iannamorelli

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