“Vicini scomodi”, A 80 anni dalle leggi razziali

Roberto Matatia incontra gli studenti del dipartimento di Giurisprudenza Luiss Guido Carli

 
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Vicini scomodi” è il nuovo libro di Roberto Matatia, imprenditore e autore di numerosi scritti, che raccoglie la storia e le testimonianze, anche sotto forma di lettere, della sua famiglia deportata in campo di concentramento ad Auschwitz. Di Matatia si è sentito molto parlare negli ultimi tempi poiché un liceo in provincia di Foggia aveva invitato l’imprenditore a parlare agli studenti in occasione dell’80esimo anniversario delle Leggi razziali. Un invito poi ritirato.

Nessun problema, giovedì 25 ottobre ad accogliere Roberto Matatia e la moglie Silvia il dipartimento di Giurisprudenza LUISS Guido Carli. A introdurre l’ospite, Davide Romanelli della comunità di Sant’Egidio, a moderare la professoressa Francesca Minerva. “Un ebreo va perseguitato perché nato come tale? In quanto ebreo rappresento qualcosa di politico? E dico questo per dire che è inaccettabile fare differenze per colore della pelle, fede religiosa e per quello che si è”, spiega lo scrittore in aula, tra gli occhi attenti e interessati degli studenti. “Quando mio zio, Nissim Matatia era giovane, ai primi del Novecento lasciò Corfù per trasferirsi in Italia insieme col fratello Leone. Stabilito a Forlì aprì una pellicceria che divenne presto un negozio apprezzato e ben frequentato. Nel 1920, lo raggiunse in Italia anche il terzo fratello Eliezer, mio nonno, il quale aprì anche lui una pellicceria, questa volta nella vicina Faenza”.

I Matatia trascorsero l’estate a Riccione e nel 1930 venne acquistata la villa di famiglia, e soltanto quattro anni dopo venne comperata la villa accanto, che allora si chiamava Villa Margherita, e che poi prese il nome di Villa Mussolini”. Se inizialmente la famiglia Matatia era orgogliosa di poter vivere accanto alla villa del Duce sempre frequentata da personaggi illustri, dal 1937 i rapporti tra Mussolini e Hitler si fanno più forti e le cose iniziarono a cambiare. Non era corretto che un ebreo avesse casa vicino a quella di Mussolini. E la famiglia Matatia non era più ben vista. “Nel 1938 con l’avvento delle leggi razziali”, continua lo scrittore “a casa venne istituito un vero e proprio Consiglio di famiglia dove presero parola mio nonno, anarchico d’eccellenza, il proprietario della villa e suo fratello, mio zio. Il fratello di mio nonno, nonostante fosse stato più volte avvertito ed esortato a partire, credeva di essere protetto dalla vicinanza con la casa di Mussolini, e così la stragrande maggioranza degli ebrei italiani che pensava in qualche modo che le leggi razziali fossero transitorie”. Ben presto però gli ebrei divennero invisibili. Vennero totalmente espulsi dalla vita pubblica. ”La mia famiglia non venne più salutata neppure per strada. Vennero create delle scuole di emergenza, chiamate “scuolette” che interessavano i bimbi ebrei cacciati dalle scuole statali. Ma neppure di fronte a questo radicale cambiamento, ci si credeva davvero”. Solo il nonno di Roberto Matatia decise di rischiare il viaggio per emigrare in Sud America e fu proprio questa la salvezza per quel ramo della famiglia. Quando vennero cacciati dalle scuole, la famiglia Matatia si spostò a Savigno, un piccolo paese bolognese, dove trovavano allora rifugio molti ebrei. In uno degli spostamenti casa-scuola una delle tre zie dello scrittore, Camelia Matatia incontrò un ragazzo, di fede cattolica. Tra di loro nacque un amore platonico durato un mese, che portò a un fitto scambio di corrispondenza. “Un giorno giunse in azienda un signore anziano; mi disse di chiamarsi Mario, che aveva conosciuto Camelia e che aveva delle lettere. Le lessi immediatamente e rimasi sgomento, ebbero un impatto talmente forte su di me che volli scrivere un libro. Quando i testimoni diretti non ci saranno più chi le racconterà?”.

Così lo scrittore raccolse tutto quel materiale prezioso, e prese il posto dei suoi familiari per continuare a trasmettere la loro testimonianza. In questi scritti, come ci racconta l’autore, si ritrova inizialmente una forte voglia e un grande desiderio di far progetti da parte dei due innamorati, gli stessi progetti che nelle ultime lettere sembrano svanire. Una di queste è datata 1 dicembre 1943: pochi minuti dopo Camelia, che allora aveva solo 17 anni venne arrestata con la mamma Matilde e il fratello Nino e deportata ad Auschwitz e così strappata al suo amore e al suo futuro. “Caro Mario, questa volta devo io scriverti una lettera d’addio, perché non so quando potrò riscriverti e se lo potrò fare ancora, il focolare della mia casa ormai è spento. Però non ho paura, sai? So di non avere nulla da rimproverarmi se non di essere nata con un marchio disgraziato. E di questo io non ho colpa. Sarei stata tanto felice di rivederti, ma io non ho mai avuto troppa fortuna. Forse sarebbe stato troppo bello, l’ho desiderato tanto! […] Il nostro passato è stato così breve, era colmo di tanto azzurro come un lembo di cielo. Ma al di là c’era l’ignoto”.

Di Francesca Moriero

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