«Ero solo un po’ triste». In Albania per conoscere i malati di Elbasan

«Ero solo un po’ triste». In Albania per conoscere i malati di Elbasan

Riceviamo e pubblichiamo il racconto di Matilde, in visita al manicomio di Elbasan e alla Casa rossa

Dal più grande ospedale psichiatrico dell’Albania alla Casa rossa, la struttura di Sant’Egidio che ospita malati psichici in alternativa al reparto psichiatrico

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Siete mai stati in un manicomio? Magari riusciamo ad immaginarlo, ma entrare in un ospedale psichiatrico è diverso. L’odore sgradevole che ti assale entrando e che quando esci non ti lascia. Ti rimane addosso, è forte, te lo ricordi. È un odore dal quale vorresti scappare, è impossibile da respirare, ma sai che devi rimanere. Devi rimanere per loro che sono costretti, puoi farcela per un paio d’ore perchè tu poi puoi uscire, loro no. Loro non possono scappare come te, loro devono rimanere. Devono rimanere in questa prigione come l’ha chiamata Leonida. “Io non sono pazzo” dice “ero solo un po’ triste perchè è morta mia moglie e mi hanno rinchiuso qui dentro, questa è una prigione.”

Dopo aver sentito queste parole non so se riesco a continuare, ma glielo devo. Allora ci spostiamo nel reparto delle donne dove mi colpisce il fatto che hanno tutte i capelli tagliati cortissimi e i pigiami uguali un po’ sporchi, un po’ bucati, manca anche il minimo elemento di individualità. Ci guardano per un po’, poi ci abbracciano e ci baciano nonostante ci fossimo appena conosciute, chissà cosa hanno visto in noi?

Nel pomeriggio ho conosciuto Alma, una ragazza che parla bene l’italiano, mi dice che ha 32 anni. Deve essere stata molto bella in passato: ha degli occhi molto dolci ed ha un bel sorriso, nonostante le mancassero quasi tutti i denti, pur avendo appena 32 anni. Alma mi saluta poi con un forte abbraccio, è molto bella anche se ha lo sguardo un po’ triste.

Loro sono i pazienti del gigantesco ospedale psichiatrico di Elbasan.

A Tirana abbiamo conosciuto i nostri amici che dopo tanti anni di lotte sono usciti dal reparto dei cronici, ora chiuso finalmente, dell’ospedale psichiatrico della capitale.

Adesso vivono nella casetta rossa dove ci sono le stanzette con le pareti colorate, armadi ed oggetti personali. C’é un bel giardino dove facciamo merenda insieme, dove giochiamo a palla nelle giornate di sole,ci sono degli infermieri che non li lasciano mai soli e si prendono cura di loro, nella casetta vanno a trovarli tanti amici.

“Avash” significa piano in albanese, è questa la parola che abbiamo imparato per provare a contenere la gioia dei nostri amici quando stiamo insieme. “Pastaj” significa dopo in albanese, lo diciamo ai ragazzi per rassicurarli che le loro richieste non resteranno inascoltate. Infine “mirupafschim” significa arrivederci, è il saluto che rivolgiamo loro quando stanchi ma felici ci dobbiamo lasciare con la promessa di rivederci l’indomani.

Loro sono la dimostrazione che tutto può cambiare. L’ho capito meglio dopo aver visitato l’ospedale psichiatrico di Elbasan, così ho capito la situazione in cui vivevano prima i nostri amici. Mi sono immaginata gli stanzoni bui, senza i materassi, senza armadi, senza oggetti personali, senza personalità. Erano abbandonati a loro stessi, nell’incapacità di potersi prendere cura di se stessi.

Non me ne capacito quando vedo Benni che mi sorride, quando Gimmi mi da i bacini e quando Gramozi mi stringe forte la mano, non riesco a credere che fino a qualche anno fa si sarebbero potuti ammazzare per una sigaretta, prima di venire ad abitare nella Casa rossa.

Le condizioni ed il contesto in cui si vive cambiano radicalmente la persona e loro sono la dimostrazione vivente che tutto può cambiare, anche le situazioni più tristi ed impossibili.

Di Matilde Napoli

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