Un viaggio di speranza: la storia di Bill

Un viaggio di speranza: la storia di Bill

Francesca presta la sua voce a Bill, che racconta la sua storia e quella di molti altri, per dire ai ragazzi di un liceo il suo NO alla Pena di Morte.

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Stamattina ho rimesso piede nel mio vecchio liceo dopo più di sei anni. Pensavo non sarebbe mai successo. Fino a ieri evitavo quasi di passarci davanti. Non che gli anni del liceo siano stati un totale disastro, ma quell’edificio continuava a rappresentare per me tutta quella serie di sofferenze e turbamenti che accompagnano ogni essere umano nel corso dell’adolescenza.
Ma qualcosa oggi è cambiato. Ho accettato di rimettere piede nel Liceo B. Russell di Roma per aiutare Bill Pelke a raccontare la sua storia.
Bill viene dagli Stati Uniti, per gran parte della sua vita ha vissuto in Indiana, ora in Alaska, ma viaggia da anni per il suo paese e per l’Europa per condividere il suo “viaggio di speranza”. Bill infatti ha fondato Journey of Hope per unire le famiglie di vittime di violenza i cui responsabili sono stati condannati a morte, per combattere insieme affinché la pena capitale sia abolita.
Oggi ha raccontato a più di cento ragazzi le storie di tanti suoi amici che hanno perso i loro cari per colpa della violenza, alcuni vittime di omicidio, altri della pena capitale. E poi ha raccontato la sua storia personale. Ha raccontato di come la sua amata nonna sia stata vittima di un brutale omicidio per mano di quattro ragazze adolescenti sotto l’effetto di sostanze varie. Una di queste, Paula Cooper, venne considerata la leader del gruppo e per questo condannata a morte all’età di 15 anni.
Bill per molto tempo ha serbato rancore e sete di vendetta nei confronti di questa ragazza, convinto che se non avesse sostenuto la sua esecuzione avrebbe mancato di rispetto nei confronti di sua nonna. Fino a quando, in un momento di intensa lotta con se stesso e con il Dio nel quale ha sempre creduto, ha cominciato a pensare che sua nonna non avrebbe voluto questo. Non avrebbe voluto che la sua famiglia si tormentasse nella rabbia e nella sofferenza. Bill ha cominciato a ricordare sua nonna non nel modo in cui era morta, ma nel modo in cui aveva vissuto, come una donna di grande fede che credeva nel perdono e nelle seconde opportunità. In quel momento si rese conto che, mentre implorava Dio perché gli desse la forza di perdonare, qualcosa era già cambiato, aveva smesso di odiare e il suo cuore si stava aprendo alla compassione.
Le mie parole rischiano di banalizzare uno dei racconti più intensi ed emotivi che abbia mai ascoltato, ma voglio sottolineare come tutti i minuziosi racconti sulla sua infanzia con la nonna abbiano reso ancor di più la portata del salto interiore che Bill ha compiuto per avvicinarsi a Paula. Ha deciso di conoscerla, di farle visita in carcere aspettando anni prima di ottenere il permesso, sempre lottando perché la pena di Paula fosse commutata. Erano gli anni ottanta, e la notizia ebbe particolare risalto in Italia, da dove partì un’enorme raccolta internazionale di firme per salvare Paula dall’esecuzione. Questo portò Bill in Italia per la prima volta, ma lo allontanò da suo padre che non approvava la decisione del figlio. La pena di morte aveva diviso la sua stessa famiglia.
Da allora molto è cambiato: la pena di Paula è stata commutata, l’età minima per la pena capitale è stata alzata a 18 anni negli Stati Uniti, molti paesi l’hanno abolita, e Bill si è riconciliato con suo padre. Il Signor Pelke, però, non smette nemmeno all’età di settant’anni di viaggiare per il suo paese e per l’Europa, per parlare in ogni scuola, università, parrocchia, associazione, che gli apra le porte e sia disposta ad ascoltare. Per dire che la pena di morte è sbagliata. Che la vendetta è sbagliata. Che in questo processo vengono logorate tanto le famiglie delle vittime, quanto quelle dei condannati.
Bill ha ringraziato dal profondo del cuore gli studenti di un –permettetemelo- insulso liceo per averlo accolto e ascoltato. Li ha anche spronati ad avere il coraggio di opporsi ad ogni forma di ingiustizia, ricordando che proprio da un gruppo di studenti è nato il movimento che ha salvato Paula dalla pena di morte.
Ed io ringrazio Bill per avermi dato l’onore di essere la voce che raccontava la sua storia; ringrazio gli insegnanti che hanno permesso questo evento, uscendo audacemente dai rigidi schemi dei programmi scolastici; e ringrazio quei giovani e giovanissimi studenti che con la loro attenzione, commozione, interesse e le loro domande mai banali hanno anche trasformato il ricordo che porto della mia scuola.

Francesca Mastromattei

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