L’arte della gratuità

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Sono arrivata a Roma esattamente quattro anni fa per studiare medicina: cercavo di capire chi ero e con chi trascorrere la mia vita. Una sera Sefora, coinquilina siciliana calorosa e affannata, mi chiese di provare. Andava al “Giro” da tre anni, tanto da essere ormai diventata un’infaticabile veterana. E fu forse proprio questo a colpirmi: la sua infaticabilità nel prestare un servizio a persone che, secondo la mia allora estranea concezione delle cose, non facevano esattamente parte della sua vita.

Mi colpì così tanto che decisi di provare. “Perché no?” mi dissi, “Cosa ho da perdere?”. È stato a partire da quella sera e da lì, accanto alla roulotte dei fratelli, che ho imparato che il cambiamento avviene solo quando persone normali, mai qualsiasi, si uniscono per ottenerlo.

Una volta arrivati li abbiamo salutati come si farebbe con dei veri amici, pacca alla spalla e bacio in guancia: niente rapporti a distanza. Mi sembrava così incredibile che potessimo star lì a suonare la chitarra e cantare insieme aprendo a casaccio pagine del canzoniere, mentre il sacchetto del cibo costituiva l’ultimo dei pensieri!

La gratuità è un’arte, ed è il più lungimirante investimento a tempo indeterminato che si possa fare per il futuro.

Quella sera e in altre decine e decine di giri dai senzatetto, ho capito che significa essere solidali. La solidarietà è pura condivisione, e non mero volontariato.

Ho capito che essere amici è impegnativo, soprattutto quando fa freddo, in tutti i sensi: freddo fisico, per cui coperte e alcol non sono sufficienti a evitare di tremare; freddo umano, per cui ogni sguardo empatico o sorriso negati sono iceberg poco accuratamente stagliati.

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Ieri, come ogni primo e terzo mercoledì del mese, un gruppo di giovani studenti universitari de La Sapienza, si è organizzato con cibo donato da generosi ristoratori e pasticceri romani e bevande calde preparate dai ragazzi della comunità Urbania di San Basilio, per un caloroso giro.

Dopo la preghiera e la divisione in gruppetti, abbiamo raggiunto la lamentona signora Maria nella sala d’aspetto del Policlinico, Georghe e Aurelia, i rumeni dai “cori grandi” accanto al supermercato, Gabriel, stranamente triste, Said, sempre felice come una pasqua, Olga e Diego, compagni di vita e compagni di strada, i “nuovi senzatetto” come Massimo e tanti altri.

Eravamo una ventina, mai abbastanza da riuscire a incontrare come vorremmo tutti coloro che troviamo. Soprattutto, mai abbastanza da poter migliorare la qualità e la capillarita del servizio che prestiamo. Sentiamo di dover dare di più.

Per molti è diventato più comodo ritirarsi nelle proprie bolle, che siano i nostri quartieri, che sia il nostro studio, gli aperitivi, la nostra chiesa o i social network, circondati da persone esattamente come noi. Mai metterci  in discussione.

La frammentazione della società non aiuta. Non fa altro che rendere l’isolamento naturale, quasi inevitabile. Ci sentiamo così fragili dentro le nostre bolle che evitiamo di lasciarcele bucare da aghi appuntiti come incontri fuori dal comune.

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Qualcuno pensa che non ci sia spazio per il cambiamento del mondo. Qualcun altro che non possa esistere una vittoria silenziosa sull’esclusione. Eppure tanti hanno nel cuore il desiderio di trovare soluzioni alle ingiustizie da cui vengono più o meno intensamente toccati. Da parte di molti c’è il desiderio di fare cose buone, tanto che basta aprire le porte della chiesa di San Calisto per lasciare lì dimorare i senza fissa dimora, che fiumane di persone si riversano sul posto a donare coperte, stufette e pasti caldi.

 “Se qualcosa dovrebbe funzionare meglio, allacciatevi le scarpe e datevi da fare.”  Allora, il mio augurio per l’anno che verrà è che riusciamo, giovani e traboccanti di entusiasmo, a cambiare prospettiva e, anziché fare auguri a manca e destra, essere auguri, farsi augurio per gli altri, non chiedendo cosa il futuro possa donare, ma impegnandoci a portare noi qualcosa, a renderlo più bello, più umano.

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Manuela Petino

Giovani per la Pace

Roma

PER AIUTARE

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Vuoi sapere come aiutare per l’emergenza freddo? “Porta una coperta, salva una vita”: oltre a partecipare alla raccolta di coperte, c’è tanto da fare, anche sul campo. Trovi tutte le informazioni utili qui: http://www.giovaniperlapace.it/2017/01/porta-una-coperta-salva-una-vita/

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