#SetediPace da Assisi: Le sfide dell’Africa globale.

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Parlare dell’Africa (moderna e contemporanea) presenta senza alcun dubbio una serie di difficoltà non irrilevanti, se non altro per la varietà di conoscenze che la maggior parte di noi non possiede.
Ma constatando che la globalizzazione sta effettivamente trasformando il continente Africano, ci si chiede se tale fenomeno stia effettivamente migliorando il benessere generale della popolazione.
Indubbiamente non si può negare ( guardando agli ultimi decenni) che le relazioni economiche internazionali hanno talvolta permesso all’Africa di migliorarne quei servizi che prima erano pressoché inesistenti. L’introduzione di mezzi di trasporto, comunicazione, hanno permesso alle infrastrutture di molti paesi Africani un netto miglioramento.
Ma questa è, tristemente, solo una faccia della medaglia. Innanzi tutto, il privilegio di uno sviluppo tecnologico – e di conseguenza economico – è stato distribuito in modo significativamente eterogeneo, creando un divario significativo tra quella piccola porzione di abitanti “d’élite”, e la stragrande maggioranza della popolazione che talvolta si è ritrovata paradossalmente impoverita a causa del progresso tecnico.
Ma tralasciando il discorso economico ( che necessiterebbe senza dubbio maggiori approfondimenti), è ormai risaputo che anche un fenomeno effettivamente così costruttivo come la globalizzazione presenta i suoi notevoli limiti.
Il primo tra questi, stando a quanto detto dal Viceministro degli Esteri Mario Giro, è la crisi dei valori che i giovani Africani stanno affrontando.
Stando sempre all’intervento attuato dal Viceministro, in occasione della conferenza dal titolo ” le sfide dell’Africa Globale, tenutasi stamattina al teatro Metastasio durante l’Incontro Internazionle di Preghiera per la Pace ad Assisi ( iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio), il nuova generazione africana sta attraversando un periodo di transizione in cui deve attuare scelte ponderate tra l’importanza delle tradizioni, dei valori appartenenti alla propria cultura di origine, e il senso di dovere che li spinge al raggiungimento del successo, della propria stabilità economica ( scelta che dà inevitabilmente origine a massicci flussi migratori verso l’Europa e l’America). Che fare dunque?
E’ dunque oggettivo il fatto che la nuova generazione Africana si sta trovando di fronte a una imponente crisi d’identità. Il concetto di “comunità” portato avanti dalla tradizione dei villaggi africani ( e non solo), sta progressivamente scomparendo, lasciando posto a un crescente individualismo.
Da qui, si potrebbe portare il nostro discorso su un ulteriore piano: la crescente assenza di valori, di spirito comunitario e l’aumento di senso di individuale crescita socio-economica, come si combinano con la costante assenza di alfabetizzazione?
Effettivamente non si può dar torto a Venance Konan, scrittore e giornalista Ivoriano, quando ci dice che la sfida principale dell’Africa globale è l’Istruzione ( specialmente per le bambine e le ragazze), unico mezzo veramente efficacie – se ben impiegato – ad accogliere e affrontare le sfide della globalizzazione. A cosa porterebbe un aumento dell’istruzione?
sembra sciocca e scontata una domanda del genere. Eppure, volendo considerare solamente le basi di una società, un generale progresso cognitivo porterebbe sicuramente – seguendo il ragionamento di Konan – a un netto miglioramento delle infrastrutture, con conseguente crescita di benessere economico. Questo sul piano amministrativo.
E sul piano socio-umanistico? A quale destino vanno incontro i giovani Africani privi di istruzione? Non possiamo limitarci a considerare una vita dedita al lavoro nei campi o nelle fabbriche. Queste sono solo alcune delle alternative ad una vita priva di istruzione. Ma è ormai dimostrato che un’assenza di scolarizzazione porta a un aumento di bambini e ragazzi che imbracciano le armi per conto di guerriglie, ribelli e gruppi terroristici, così come afferma Konan quando dice che “Nei paesi in preda alla guerra  civile o al terrorismo cieco, coloro che impugnano i Kalashnikov, che sgozzano o si fanno esplodere al mercato sono in genere quelli che, per mancanza di una formazione adeguata, non hanno potuto inserirsi nella società”.

Dunque che responsabilità abbiamo noi “occidentali” nei confronti dei nostri fratelli Africani?

Una risposta alquanto innovativa sembra essere stata proposta da César Alierta, fondatore dell’Associazione ProFuturo che promuove il progresso tecnologico nelle scuole Africane. Una diffusione della tecnologia disponibile anche per i bambini delle scuole primarie, si tradurrebbe senza dubbio in un progressivo aumento di quella cultura globale di cui necessitano le scuole Africane. Un’iniziativa del genere potrebbe essere senza dubbio un eccezionale inizio per scongiurare il rischio di condannare definitivamente l’Africa dall’essere un paese emarginato dal benessere collettivo omogeneo.

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