La storia di S., senza fissa dimora di Messina.. EMOZIONANTE DAVVERO!

barboni

Poco meno di due anni fa, a Messina, iniziava il servizio per le persone che vivono in strada dei Giovani per la pace. Fra le tante persone che incontravamo girando la città ogni venerdì non mancavano mai due indiani, Gindar e S.
Li trovavamo sempre davanti al tribunale, dormivano sdraiati su dei cartoni dentro un’aiuola, sotto gli occhi di una città intera, erano quasi sempre ubriachi, parlare con loro era veramente difficile, Gindar poi era malato, e peggiorava di settimana in settimana. Ricordo che di tanto in tanto, qualcuno che lavorava al tribunale portava loro qualcosa da mangiare e parlava anche con noi, altre volte invece li andavamo a trovare e le loro coperte non c’erano più perché gliele avevano rubate.
La città però non era del tutto indifferente, non poteva esserlo. Percepivo un certo fervore nei loro confronti: una volta ci fu persino una protesta, per loro, di fronte al tribunale di cui non ricordo precisamente nemmeno il motivo.
Ero perplesso dal fatto che tutto questo interesse fosse vuoto e passeggero, si parlava della vita di due persone come si potrebbe parlare di politica seduti al tavolino di un bar, in maniera un po’ campata in aria, giusto per parlare di qualcosa, mentre la vita di Gindar e di S. era appesa ad un filo.
Infatti la batosta ci colpì all’improvviso, in una sera schifosa di un venerdì schifoso, eravamo al distributore di benzina sopra il tribunale, S. era lì, Gindar no: era morto, l’avevano portato in ospedale e non era più tornato. Eravamo tutti scioccati, S. era distrutto, da un giorno all’altro un nostro amico se ne era andato e noi non potevamo farci nulla.
Non riuscivo ad accettare una cosa del genere, e mi faceva rabbia pensare che la morte di una persona passasse del tutto inosservata.
Abbiamo pregato per Gindar, e da quel giorno abbiamo iniziato ad impegnarci tutti di più per S., che nel frattempo era dimagrito moltissimo e sembrava irriconoscibile: preparavamo dei panini solo per lui, gli facevamo visita sempre, anche fuori dal servizio, lo aiutavamo portandogli vestiti e coperte, rafforzammo quell’amicizia perché non volevamo che facesse la fine di Gindar, la fine più scontata secondo tutti.
C’era comunque da fare un passo in più, lui stava male e andava portato in ospedale, convincerlo era quasi impossibile per mille motivi, ma alla fine accettò, aveva capito che era la scelta migliore.
Così poco più di un mese fa, grazie all’aiuto di tanti lo portammo in ospedale, andavamo quasi sempre a fargli visita e lui intanto si curava e migliorava.
Ha continuato a curarsi anche dopo essere stato dimesso, e adesso è stato accolto in una casa-famiglia dove potrà rimettersi in piedi.
Se un anno fa mi avessero chiesto quale sarebbe stato il destino di S., non avrei saputo o voluto rispondere. Se ripenso a tutto quello che abbiamo passato insieme a lui, alle persone che ci hanno aiutato, ai progressi che ha fatto, rimango esterrefatto. Se penso che qualche mese fa quella persona era un cadavere ambulante rassegnato all’idea della morte e adesso invece può ridere e vivere tranquillamente rimango sbalordito: è stato un miracolo, nel vero senso della parola. Non avremo camminato sull’acqua o guarito un male incurabile, ma siamo riusciti a fare qualcosa che nessuno, nemmeno il più ottimista, nemmeno il più credente, si aspettava. Non abbiamo certo oltrepassato i limiti della natura, ma abbiamo superato il pensiero generale quasi devoto all’idea che niente si sarebbe potuto fare per lui.
Con la pazienza, l’impegno, l’amicizia e l’amore, abbiamo realizzato qualcosa di straordinario, salvare la vita ad un barbone, ad un uomo.

Giorgio Cannetti

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