Il 25 Aprile e i nuovi italiani

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I Giovani per la Pace della Comunità di Sant’Egidio hanno deciso di celebrare il 25 aprile, festa della Liberazione, per il secondo anno consecutivo, con pranzo e festa assieme ad amici rifugiati provenienti da tanti paesi diversi, ma accomunati dalla guerra e dalle persecuzioni. “Oggi è una festa importante per l’Italia – ha detto Roberta dei GXP nel suo saluto iniziale – e noi vogliamo viverlo con voi sperando che possiate presto essere riconosciuti come nuovi cittadini italiani e, soprattutto vedere nel vostro paese realizzarsi il sogno della pace”.

È stata un’ulteriore tappa verso la costruzione di un’amicizia sempre piú solida e fedele. Infatti dopo il pranzo realizzato lo scorso anno è nata una scuola di lingua e cultura italiana che si tiene settimanalmente. Dopo il pranzo, realizzato in una sala del Seminario Vescovile della città, una festa con canti e balli da paesi diversi, per dire che vivere insieme è possibile!

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Una riflessione di un Giovane per la Pace, Lorenzo Foffano

Lo ammetto: questa giornata ha sorpreso anche me. E non è banale retorica. Già l’anno scorso,con alcuni miei compagni, avevo avuto l’opportunità di festeggiare il 25 Aprile con la Comunità di Sant’Egidio con un pranzo di accoglienza con i migranti; non era dunque la prima volta. Le condizioni generali erano però molto diverse: la “crisi dei migranti “, con le proporzioni che conosciamo oggi, era da poco scoppiata e molti di loro erano da poco arrivati nel nostro Paese, catapultati dal mare di Lampedusa alla nebbia del Nord est. Erano timidi, introversi, in molti isolati dalle loro inseparabili cuffiette e, cosa più importante, non parlavano l’italiano. Comunicare era dunque stato difficile, soprattutto per quelli come me che, non conoscendo il francese, si erano dovuti in qualche modo arrangiare con l’inglese. Quest’anno invece, la musica, come si suol dire, è cambiata. Al mio tavolo ho conosciuto cinque ragazzi: tre provenienti dal Gambia, uno dalla Nigeria e uno dal Camerun. Tutti e cinque in Italia da più di un anno, raccontavano di essere dislocati in diverse zone della Provincia. Raccontavano, sì. Chi con più difficoltà, chi un po’ più sciolto, ma tutti parlavano in Italiano. E ne andavano fieri: «vado a scuola tre volte a settimana, qualcosa la sto imparando» diceva Kabban ,«ma cinque volte sarebbe meglio, imparerei più in fretta» interveniva ”Alfio” (così si faceva chiamare, sostenendo fosse il suo vero nome). È stato emozionante sentir raccontare le loro storie, i loro viaggi, vedere  i loro occhi illuminarsi parlando delle città Italiane visitate, Bologna, Padova, Verona e soprattutto Venezia (la loro preferita) ma subito intristirsi al pensiero del loro paese d’origine, un po’ per malinconia, un po’ per tristezza  pensiero di qualche fratello/genitore morto, sempre però con l’orgoglio, poco dopo, di indicare su una cartina geografica dell’Africa la posizione della loro città, la distanza dall’equatore, la vicinanza del mare o delle montagne. In questi mesi, aprendo il telegiornale o leggendo i giornali, abbiamo senza dubbio sentito parlare di migranti, di profughi. Si è parlato delle cosiddette “quote di distribuzione”, del trattato di Dublino,della vicina“fine di Schengen” e così via. Oggi non abbiamo fatto niente di tutto questo. Oggi non abbiamo parlato di politica, di Trattati, o di come vada risolta la crisi migratoria della nostra epoca. Sono certamente temi importanti e fondamentali, ma, almeno per oggi, abbiamo cercato di andare oltre. Abbiamo dialogato, raccontando ma soprattutto ascoltando.  I numeri di cui parlano i mass media hanno da oggi un volto, una voce e una storia. Certo, oggi non abbiamo cambiato il Mondo, e neanche l’Europa se è per questo. Mi piace però pensare che quella di oggi, il pranzo,i balli e i canti di ciascun paese, l’atmosfera della sala,sia stata una risposta, seppur piccola, ai tanti Muri fisici ed ideologici che riempiono le cronache di questi giorni.

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