Emergenza profughi: respingimenti o corridoi umanitari?

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L’incontro “Emergenza profughi: respingimenti o corridoi umanitari?”

I giovani universitari di Roma Tre si sono interrogati sul superamento della logica dell’emergenza in tema di accoglienza dei profughi, alla luce della chiusura delle frontiere e della violazione dei diritti umani e dei trattati. Lo spazio di riflessione aperto ieri al dipartimento di Giurisprudenza ha posto l’attenzione sul modello dei corridoi umanitari, progetto-pilota senza oneri per lo Stato promosso e sostenuto da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, tra cui la Tavola Valdese, siglato con le autorità italiane. Il corridoio permetterà l’arrivo di mille richiedenti asilo, nella sicurezza di chi viaggia e di chi ospita.

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È la prima realizzazione in Europa di uno strumento più volte annunciato all’indomani delle morti nel Mediterraneo di chi affrontava i “viaggi della speranza”; una soluzione possibile già da tempo, in base alle norme europee in vigore dal 2009 che necessitavano, tuttavia, di essere rispolverate dalla coscienza civile e delle quali il Parlamento europeo si chiedeva nel 2014 il senso profondo – come ha ricordato il prof. Mirko Sossai, docente del corso di diritti umani nell’ambito del quale si è svolto l’incontro. In attuazione di queste norme si assicura ai destinatari del corridoio umanitario un ingresso legale in Italia con un visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo.

I corridoi umanitari sono una risposta chiara in un’Europa che ripiega su se stessa: chi ha diritto a essere riconosciuto come rifugiato, come persona la cui vita è messa in attuale pericolo per via della guerra, non deve esporsi allo sfruttamento dei trafficanti di uomini, non deve rischiare di nuovo la vita. Dawood Yousefi, rifugiato afgano, ha raccontato i molti rischi dei viaggi: il suo viaggio è durato undici mesi; per un tratto si è dovuto nascondere sotto un camion e quasi giunto in Grecia ha vissuto la morte di un compagno di viaggio. Non voleva rischiare il rimpatrio per via della Convenzione di Dublino. L’Europa è fallita – ha dichiarato – però i corridoi umanitari sono una faccia bella dell’Italia e un modello replicabile. Oggi Dawood è impegnato nell’accoglienza dei profughi con Genti di Pace della Comunità di Sant’Egidio ed è mediatore culturale. La sua testimonianza ha mostrato quanto sia importante considerare l’uomo, anche un singolo uomo, come fine e mai come mezzo; di come ciò debba orientare le politiche e le regole che hanno un’incidenza profonda sulla vita di molti. La conoscenza della guerra, delle persecuzioni come quella dell’etnia hazara in Afghanistan, è importante per il rinnovamento dello spirito europeo, determinante per il successo dei corridoi umanitari. I poveri che soffrono alle frontiere dell’Europa fanno emergere la contraddizione di un continente di pace che ha dimenticato la guerra.

Considerando la guerra in Siria, gli sterminati campi profughi, essi stessi emergenze umanitarie, incidono sensibilmente su aree instabili (Libano, Turchia, Giordania, Iraq, Egitto): 1,6 milioni di profughi siriani sono giunti in Libano, che ha solo una popolazione di 4,2 milioni. L’intera Unione Europea con 503 milioni di abitanti ospita 3,1 milioni di rifugiati. L’Italia, circa 94 mila su 60 milioni di abitanti.

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Il campo profughi Zaatari, vicino alla città di Mafraq, in Giordania dove sono rifugiati 115mila profughi siriani. (Mandel Ngan, Reuters/Contrasto)

Molti nei campi vivono di baratto per cui al lavoro agricolo è data in cambio la mera sopravvivenza.

In queste condizioni è in serio pericolo la vita di chi ha bisogno di cure mediche, di chi è rimasto solo. I destinatari del corridoio umanitario sono persone in condizioni di maggiore vulnerabilità: vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità. Il 29 febbraio 2016 sono giunte a Fiumicino le prime 93 persone, svuotando il campo di Tell Abbas in Libano. Il 4 aprile, nel giorno dei primi rimpatri dalla Grecia, Sant’Egidio e le Chiese Evangeliche hanno annunciato il secondo arrivo di altri 150 siriani dal Libano entro la fine del mese. Alessandro Iannamorelli della Comunità di Sant’Egidio ha raccontato alcune delle storie dei primi giunti in Italia, in particolare di Falak, bambina di sette anni malata di un tumore all’occhio e che sta ricevendo cure in Italia. Su sollecitazione di una domanda si è chiarito che non serve una dichiarazione giuridicamente vincolante con la quale il rifugiato si impegni a ricambiare l’accoglienza, essendo sufficienti le leggi italiane. La gratitudine per aver salva la vita è tanta e il progetto, senza oneri per lo Stato, assicura un percorso di integrazione, grazie alle Scuole di Cultura e Lingua Italiana della Comunità. L’integrazione non nasce da formule, ma si ha quando ognuno è chiamato per nome, sin dall’inizio. Non viene da un equilibrio tra il numero dei cristiani e dei musulmani, prediligendo l’arrivo dei cristiani, come qualcuno ha proposto. I corridoi umanitari rifiutano ogni logica di divisione, chiamano ciascuno per nome e la radice di questa proposta può rinnovare l’Europa. È un modello da studiare, per essere replicato e per ridiscutere la politica comune di asilo.

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Una riflessione

L’Europa cede allo spirito di divisione e rinuncia a vedere un comune destino dell’uomo e a sognare l’abolizione della guerra. È quanto accade anche nelle nostre città, in cui i poveri sono posti ai margini, essendo altre le priorità dei singoli che vogliono trincerare il proprio benessere, nell’illusione che da soli si è più forti. Le parole di papa Francesco aiutano a comprendere come  quella dei “muri dell’indifferenza” non è solo una metafora, ma una triste realtà che cambia l’ambiente naturale. Separare ciò che deve vivere da ciò che deve morire significa mettere un muro. È un muro ciò che non ci permette di vedere al di là della nostra condizione. I muri tengono fuori un’umanità che soffre, uomini donne e bambini che hanno diritto, anche secondo i trattati, ad essere accolti. La proposta più innovativa è proprio quella della misericordia, ossia di un cuore vicino ai poveri, che per vocazione costruisce ponti e non muri. Costruire ponti significa avere una città più sicura perché nessuno è abbandonato, perché si conoscono le persone che fuggono dalla guerra e si condivide un destino con loro. È utile a questo punto ragionare sulle parole del papa. La misericordia si traduce “politicamente” in solidarietà. La solidarietà, oltre a essere un principio fondante dell’Europa e del sistema Schengen è anche “l’atteggiamento morale e sociale che meglio risponde alla presa di coscienza delle piaghe del nostro tempo e dell’inter-dipendenza tra la vita del singolo e della comunità familiare, locale o globale”. Costruire ponti significa anche “smontare gli spiriti”, combattere la paura. È quanto avviene con l’impegno dei Giovani per la Pace che si informano, che vanno a portare un pasto caldo a chi vive per strada e ci stringono amicizia; che festeggiano la Pasqua ortodossa in un campo rom, su invito degli amici. Conoscere i nomi e le storie, senza ragionare solo per categorie astratte; sconfiggere la paura; reagire al male costruendo una comunità che includa tutti, che non escluda i poveri è un messaggio di speranza, è concreta sicurezza perché declinazione della solidarietà. Solo con l’impegno di tutti, diffondendo una cultura di pace e compiendo gesti concreti, tutti gli angoli del mondo possono essere illuminati, nessuna ingiustizia rimane nascosta per quanto evidente, nessuna distanza fisica può spegnere il senso di custodia per ogni città, come Aleppo, e per ogni persona.

Aleppo

Aleppo

L’emergenza è abbattere i muri della nostra indifferenza e trovare insieme risposte. Non c’è pretesa di trovare una soluzione definitiva (dizione nefasta) se non l’abolizione della guerra e dei conflitti. I corridoi umanitari non avranno successo fintanto che saranno visti come un piano fatto da esperti, i quali hanno comunque meritoriamente speso le proprie competenze, ma piuttosto come un risultato di un cuore vicino ai poveri, di un lungo percorso che ha portato una comunità a  cercare soluzioni, a imparare a soffrire accanto a chi soffre.

Le anziane di Lesbo aiutano i rifugiati badando ai bambini

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