Un pranzo e un incontro … fuori dagli schemi

Cristiana ha preso parte al pranzo che i Giovani per la Pace di Treviso hanno fatto con i rifugiati sabato 25 aprile. Condividiamo il suo racconto.


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Io sono Cristiana, sono venuta al pranzo per i profughi sabato ed è stata un bellissima esperienza!
Io ero seduta vicino a Essen, del Pakistan, e lui ad un certo punto mi ha mostrato una fotografia dal cellulare in cui c’erano lui e la sua famiglia… Poi ha iniziato spontaneamente a raccontarmi la sua storia e, anche se non ho capito bene tutto quello che ha raccontato, mi ha colpita molto e per questo poi ho scritto questo racconto…

… Ci sono persone che fanno parte della tua vita da quando nasci a quando muori, e non la cambiano minimamente. Stanno sullo sfondo, sempre lì, tanto che con il tempo ti abitui a vederle vicino a te, sai sempre dove sono quando vuoi stare o non vuoi stare con loro.
Poi ci sono le persone che entrano ad un certo punto, o che restano qualche anno e poi se ne vanno; ma anche loro, per tutto il tempo che passano sul palcoscenico delle tue giornate, hanno un posto fisso da cui recitare la loro parte.
E poi c’è Essen, che sale quando il sipario è già alzato e non ha un copione da recitare. Arriva con un’espressione confusa e con passo quasi esitante.
È solo un ragazzo, un ragazzo timido e curioso che saluta il pubblico con lo sguardo di un vecchio e il sorriso di un bambino.
Ma non ha battute pronte per cambiare il tuo spettacolo: tutto ciò che era stato progettato per lui è andato all’aria.
Il suo ruolo è stato dimenticato, il personaggio è stato cancellato, le battute che avrebbe dovuto recitare non servono più. Gli hanno detto che se ne deve andare, che ormai è inutile.
Essen ha bisogno di un posto, però. Non può improvvisare. È sempre stato bravo con le parole, un maestro nell’arte del divertire la gente. Ma questo pubblico non parla la sua lingua.
Questo pubblico non ha voglia di ridere, non capisce cosa ci faccia un attore così diverso dagli altri su quel palco rimasto vuoto.
Le lampade sono spente, ora c’è solo una fioca luce che illumina quell’angolo di palco in cui un attore fallito non riesce ad esprimere i suoi sentimenti.
Poi, nel silenzio, si alza chiara e decisa la voce di Essen. Non parla la sua lingua, nemmeno quella del pubblico: parla la lingua degli uomini, parole che ognuno può capire e che sono così difficili da pronunciare, così dure da ascoltare.
Le luci si alzano sulla scenografia dipinta a colori nostalgici, un lago azzurro, una spiaggia bianca; un uomo con una candida veste, in contrasto con il colore scuro della pelle, abbraccia tenamente quattro ragazzini vestiti di nero.
La scena rimane un attimo sospesa nel silenzio, gli ultimi secondi per ricordare quelle vite che stanno per essere cambiate, rovinate, distrutte.
Essen non ha un copione, ma ha una storia da raccontare. Essen non ha una famiglia, ma ha un ricordo da mostrare.
Essen è tornato a casa, dopo quella giornata al lago. Dalla mamma che lo aspettava con la cena pronta, un letto caldo dopo una giornata così stancante e piena di emozioni.
Ma la mamma non c’è, non la trova.
Niente cena pronta, niente letto caldo.
Solo strade vuote nella notte, tre fratelli piccoli da nascondere, le parole di ammonimento del padre che gli ha gridato di fuggire.
Tornare quando tutto sarà sicuro, l’unica cosa che doveva riuscire a fare.
Aspettare che se ne andassero, quegli assassini intransigenti che invadevano le case dei cristiani.
Ma Essen calcola male i tempi, e prima che il pubblico possa rendersene conto, prima che qualcuno possa fermarlo, sono tutti sul palco, insieme.
Papà, figli… E loro, li chiamano talebani ma va bene qualsiasi nome. Non ha importanza chi sono, ha importanza quello che fanno. Uccidere. Tutti. Tutta la famiglia, davanti agli occhi di Essen. Ma le luci si spengono, il pubblico non può essere costretto a guardare certe scene raccapriccianti. Può solo vedere, quando torna l’illuminazione, quel ragazzo non ancora maggiorenne, solo, in piedi, sul palco vuoto. E gli altri sono spariti, come se fossero state solo semplici comparse, utili a mettere in scena uno spettacolo senza trama.
Ma Essen se li ricorda benissimo. Non erano sogni, erano la sua famiglia in carne ed ossa, concreta quanto quella cicatrice che il coltello gli ha lasciato sulla gola. Lui è scappato, lui ci è riuscito.
E adesso, è solo. La fotografia di quel giorno al lago stretta nel pugno, negli occhi i ricordi di loro. Loro, che sono morti.
Lui non ha più un copione. Non ha una storia, un teatro, una parte.
Ha solo un pubblico intero davanti, che non batte le mani. Perché loro volevano una storia felice, non una storia vera.
Ma Essen glie l’ha raccontata lo stesso, la sua storia, perché la sua famiglia ora sono loro.
A quanto pare la realtà non è gradita.
Niente applausi per l’attore che si è tolto la maschera.
Ma nel silenzio, le sue parole universali arrivano a tutti, e non importa la lingua in cui vengono dette. Risuonano per tutto il teatro ormai quasi deserto, mentre il pubblico se ne va deluso e carico di un nuovo peso che non vuole portare; risuonano flebili e colme di lacrime in ogni angolo del piccolo, nuovo mondo sconosciuto di Essen, e sembrano sussurrare esitanti: “Maybe I should have died with them…”
Poi l’attore si inchina più volte, grazie per averlo ascoltato, sembra dire.
Dietro di lui, l’immagine sbiadita di cinque persone, un lago, una spiaggia; di fronte, solo poltrone vuote ad acclamare il suo successo.
E mentre il sipario rimane sollevato su scene troppo pesanti per un pubblico indignato, Essen esce trionfante dalla sala deserta, solo come sarà ancora per molto tempo, con gli occhi di chi ne ha passate molte e il sorriso di chi le ha superate tutte.

Cristiana

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