Periferie al centro del mondo

Riceviamo da un Giovane per la Pace di Bari e volentieri pubblichiamo:
Come è noto, una delle tracce della prima prova dell’ultimo esame di maturità, era incentrata sulla tematica riguardante le periferie. Migliaia di studenti hanno potuto trarre spunto da un frammento di un discorso elaborato qualche tempo fa dal senatore a vita Renzo Piano:

“Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee”.


Periferie abbandonate ma al tempo stesso sede di un energia umana da cui ripartire per costruire il futuro. Una riflessione importante, che in qualche modo auspica una vera e propria rivoluzione culturale: vivere e intendere l’oggi ma soprattutto il domani, mettendo al centro ciò che per decenni è stato sempre marginale.
Il termine periferia in effetti linguisticamente (deriva dal greco περιφέρεια che significa circonferenza) e culturalmente indica tutt’oggi una parte della città lontana, secondaria, quasi accessoria. Un’appendice sgradita e dimenticata, sede di degrado civile e culturale di cui il “centro” farebbe volentieri a meno.
Il rapporto centro-periferia è storicamente conflittuale. La città intesa come centro culturale, economico e sociale è esattamente l’opposto di ciò che si intende con periferia. Una visione bipartita della realtà diffusa e comunemente accettata.
Certamente però tale rappresentazione corre il rischio di essere semplicistica e superficiale. È vero che i quartieri periferici molto spesso vivono delle difficoltà che si fa fatica ad arginare, ma è altrettanto vero che dalle stesse periferie, dagli stessi quartieri, dalle stesse realtà effonde un’essenza diversa. Un’essenza che sa di un mix di speranza e coraggio, umiltà e voglia di riscatto, amore e altruismo. La periferia insomma non è un blocco di cemento relegata ai margini del mondo. Essa è qualcosa di più, è una realtà esistenziale che merita di essere liberata dalle catene del pregiudizio e del disprezzo che da tanto, troppo tempo la imprigionano.
L’hanno capito nei lontani anni ’70 Andrea Riccardi e i suoi amici, che visitando le “borgate” romane hanno fatto di quell’essenza il cuore pulsante della comunità.
Un’eredità quella lasciataci da Andrea e co. necessariamente da custodire.
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Chi vi scrive lo fa da una città, Bari, in cui le periferie vivono esattamente le condizioni su citate. Attraverso la “Scuola della pace” ci siamo resi conto che in un quartiere emarginato e complesso come il S.Paolo alberga una fiammella di speranza che vale la pena alimentare. La partecipazione dei bimbi e dei loro genitori mostra chiaramente quanta voglia di riscatto ci sia in quei luoghi. Riscatto che significa ricostruzione ed edificazione di una nuova periferia. Periferie che insomma non vogliono annegare nel mare della rassegnazione, ma che invece vogliono mettersi in discussione, costruire un mondo nuovo.
Riflettendo in generale sulla crisi economica ma soprattutto valoriale  che affligge il nostro tempo, è facile comprendere come ci sia un’immediata necessità di ricostruzione. Ricostruzione che deve e può essere edificata su nuovi pilastri. Stop alla logica sfrenata del denaro e del consumo, dell’egoismo e del materialismo cause principali dell’attuale crisi.
È un tempo quello che stiamo vivendo, nel quale l’opportunità di ricostruire un mondo fondato su presupposti diversi è possibile. Emerge chiaramente il ruolo fondamentale che le periferie oggi possono svolgere. Partire dall’essenza, dallo stato d’animo delle periferie significa edificare un mondo che si erge poggiandosi su nuove basi. Quell’energia umana  di cui parlava Piano potrà così essere sprigionata e le periferie poste al centro del mondo da ricostruire, potranno essere la speranza e la forza positiva da cui ripartire.
Angelo Labellarte
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