Il dono: un tema da veri maturandi

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Il tema del dono richiama un’Italia, quella del volontariato, che ancora resiste e in cui sono impegnati molti giovani, magari non più impegnati in politica – sostiene Alex Corlazzoli, giornalista e insegnante.

Secondo i dati Istat, nel 2011 il settore non-profit contava su quasi 5 milioni di volontari, con un incremento di 1,5 milioni di soggetti coinvolti nell’arco di dieci anni. Il non-profit è un settore in strepitosa crescita.
Eppure la prima proposta di saggio breve per l’esame di maturità di quest’anno interroga gli studenti sul senso del dono e pone sul banco di prova delle riflessioni sconcertanti, che voglio qui analizzare in breve.

Il filosofo tedesco Adorno, nelle sue riflessioni di etica minima, dei gesti quotidiani, disilluso dalla possibilità per l’uomo di condurre una vita onesta, disarmava il lettore ponendolo di fronte alla bruttezza dei “doni moderni”: la penosa invenzione degli articoli da regalo, ciarpame da donare controvoglia al malcapitato di turno; la charity, ossia la beneficenza amministrata, il calcolo esatto di bisogni per persone trattate come oggetti.
Un dono così volto a sostituire l’obiettivo della felicità dell’altro e che si riduce a un comportamento convenzionale, rimpiazzando le relazioni umane con degli oggetti.
Anche la Rete, strumento attraverso il quale instaurare legami e condividere spontaneamente, può creare comunità immaginate che non necessitano di relazioni tra gli individui, avvertono oggi gli autori de Il dono al tempo di Internet (Einaudi, Torino 2010).

Dono, comunità, rete, carità: parole che rischiano, nonostante il boom del volontariato, di perdere senso. La generosità è una cosa che si impara, come afferma l’antropologo americano Anspach. Anche la parola “volontariato”, in sé vuota perché presume quasi una differenza tra “atti volontari” e “atti non volontari”, nasconde un senso profondo: il bene è una scelta e talvolta è simulato da gesti eclatanti o ripetitivi o, ancor peggio, nascosto, quasi per pudore.

A quali modelli di dono riferirsi? Due grandi modelli si sono affermati nella nostra cultura: la donazione giuridica e il dono divino. Da una parte il diritto romano e dall’altra il cristianesimo. Di mezzo, la cultura classico-pagana, in cui ci si poteva donare anche le mogli: l’anziano padre affida al figlio una parte di regno e gli concede di prendere in sposa la giovane matrigna (come nel quadro di David, Antioco e Stratonice). Il modello giuridico porta a un foglio di carta in cui si può dichiarar tutto, anche che un imperatore romano avesse donato al papa una gran parte dell’Italia centrale (La donazione di Costantino). Un dono che è solo forma, ovvero un contratto, è donazione. Figura alternativa è rappresentata dal dono cristiano, inteso in diversi modi: il dono di una nascita, del Nazareno in una stalla, o di un sardo in una casa povera; non un regalo appariscente come il più grasso maialetto sardo mai donato a Natale, ma un dono ricolmo di una gioia intima, una vera festa che non si riconosce dagli strepiti e dalle decorazioni, come è narrato nella novella Il dono di Natale di Grazia Deledda, scrittrice sarda e Premio Nobel. Il dono cristiano è rappresentato nella sua dimensione sommessa nella tavola del Parmigianino, l’Adorazione dei Magi del 1529 circa. Tuttavia il messaggio della salvezza, del dono è stato adombrato nei secoli da credenze popolari e teologie oscurantiste: il dono di Dio, la grazia, è stato usato come strumento di controllo per incatenare l’uomo, diremmo citando l’intervento di Enzo Bianchi al Festival della Filosofia di Carpi del 2012. Il dono si rivela dunque nella sua accezione veritiera: il donarsi. È l’unico modo per non identificare il dono con lo strumento, perché donare se stessi senza corrispettivo se non la felicità di entrambi, è un atto di libertà e non di sottomissione, un segreto che non si vuol cogliere (Vi è più gioia nel dare che nel ricevere, At 20,35).

Un tema facile? Per niente. Si affronta un tema cruciale in un tempo in cui si lotta ancora per la sopravvivenza e si amministra il bene.

Alessandro Iannamorelli

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