Papa Francesco non perde tempo a pregare

La tensione esplode di nuovo in Ucraina: feriti, scontri, lacerazioni, 40 morti in un incendio dalle dinamiche incerte. In Afghanistan una frana si abbatte sul villaggio di Aab Barik e si stimano 2100 morti. Tutto quello che fa Papa Francesco è chiederci di affidare alla Madonna l’Ucraina, rivolgendo un pensiero anche a quel lontano villaggio afghano. Un po’ poco, no? Non basta pregare per risolvere i problemi. Anzi, pregare non serve proprio a nulla e serve ad alcuni per affrancarsi dalle responsabilità.

O forse c’è un fraintendimento sul senso della preghiera. Infatti Papa Francesco è percepito ed è un uomo molto concreto, che sente  quel che dice: male non sarebbe far crescere un sentimento da quella preghiera. Di sicuro Francesco non trae dalla preghiera un atteggiamento di pessimismo o lassismo, ma trova in essa energia e ispirazione.

La questione d’Ucraina è affare della diplomazia! La diplomazia può molto, come la politica, però non possiamo delegare tutto alle istituzioni. Eppure Papa Francesco è un fine diplomatico e gli riesce bene se intendiamo che la diplomazia ha come obiettivo quello di parlare diretti al cuore e alla testa degli uomini che rappresentano le istituzioni estere. Il Papa incontra Yatsenyuk, il nuovo capo del governo ucraino, e gli consegna una penna dicendogli “Spero che con questa lei scriva la pace”. Una lezione d’oro per le relazioni internazionali.

Yatsenyuk-e-papa-francesco

La diplomazia c’è, i governi europei ed occidentali ci sono e i meccanismi tradizionali sono stati attivati: sanzioni, esclusioni, migliori condizioni ad altri Paesi, ecc. Ok, finora non sembrano mosse molto efficaci, però gli Stati stanno reagendo. Ma dov’è allora il popolo che i governi europei-occidentali rappresentano? Dove sono le manifestazioni?

Papa Francesco è stato l’unico a indire una grande “manifestazione” di piazza per dire no alla guerra in Siria, una tragedia umanitaria già dimenticata. Una vera volontà, comprovata da ore di veglia.

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Papa Francesco, da tempo, sta avanti: ricorda che serve anche la preghiera. Non è sbagliato farne una traduzione in termini politici: si può vedere nella preghiera la formazione di un’opinione pubblica. La preghiera, come il voto politico, è sempre personale e collettiva allo stesso tempo, se intesa in senso genuino. Con la preghiera si formano valori politici. Se la politica intercettasse questi valori, si porrebbe in gran sintonia con sentimenti profondi e sentiti da molti, come il valore per tutti, anche per gli europei, della pace in Ucraina. L’opinione pubblica così formata sconvolgerebbe un po’ le priorità della politica: invece di parlare tanto e male dell’Unione europea, si inizierebbe a parlarne per la sua azione esterna nei confronti di Russia e Ucraina. La preghiera è quel pungolo che muove non solo un orientamento politico, ma che muove anche se stessi per fare qualcosa di concreto, seppur nel proprio piccolo (libertà politica attiva). Il movimento parte dall’insoddisfazione per la realtà, ma non finisce in disperazione, perché l’obiettivo, anche se ripetuto negli stessi termini, si fa più vicino, e ci si sente meno soli, unendosi più voci.

La lettura politica coglie solo degli aspetti della preghiera e potrebbero esserci dei fraintendimenti, ma è bene cogliere anche questo legame. È chiaro che il Papa nella questione è per il partito della pace e non dei filorussi o dei filoeuropei. È altrettanto chiaro che, se interrogato sull’opportunità dell’euro come moneta unica risponderebbe “Date a Cesare quel che è di Cesare”. Il legame tra politica e preghiera è questo: si deve pur sempre partire dalla coscienza.

Non c’è niente di meglio che maturare nella coscienza il desiderio di pace per l’Ucraina e per tutti i luoghi di conflitto. Niente di meglio che sperare per la ricostruzione di quanto devastato dalle catastrofi naturali e dell’uomo.

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