12 anni schiavo (2013)

Il film, ambientato nel 1841, racconta la storia vera di Solomon Northup, uomo libero di Saratoga (New York), rapito, privato della sua identità e trasformato in uno schiavo per dodici anni, passati per la maggior parte nella piantagione del “padrone Epps” (Michael Fassbender – Bastardi senza gloria, X-Men – l’inizio, Prometheus, The counselor)

Locandina da cinezapping.com

Vincitore di tre premi Oscar, meritatissimi, come miglior film, miglior sceneggiatura non originale (John Ridley) e miglior attrice non protagonista (Lupita Nyong’o alias Patsey), il film è uscito nelle sale a fine febbraio e si è inserito in un filone di film americani che hanno trattato in modo molto diverso lo stesso tema: la schiavitù. Gli indimenticabili predecessori – davvero se non li avete visti rimediate immediatamente! – sono Lincoln (2012 – Steven Spielberg), che racconta le ultime fasi della guerra di secessione americana e particolarmente della lotta per l’approvazione del XIII emendamento della Costituzione (che abolì definitivamente la schiavitù), e Django Unchained (2012 – Quentin Tarantino), omaggio all’omonimo del 1966 di Sergio Corbucci, che racconta invece la storia di Django, schiavo liberato da un cacciatore di taglie (il Dr. Schulz) per riconoscere i fratelli Brittle (ricercati), che diventa cacciatore di taglie al fianco del suo liberatore, con l’obiettivo ultimo di ritrovare la moglie, Broomhilda. I tre film sono profondamente diversi, ma il confronto viene naturale. 12 anni schiavo condivide con Lincoln la storicità e veridicità della storia narrata, tratta dalle stesse memorie di Solomon Northup, ma il collegamento con Django Unchained è più diretto e il paragone è più immediato. Entrambi narrano la storia di due uomini – due nigger – eccezionali: nel film di Tarantino, Django viene definito “un negro come ce ne sono uno su un milione” e Solomon Northup si fa notare dai propri padroni – sempre con conseguenze infauste – proprio grazie alle sue capacità, frutto di una vita come lavoratore libero, prima, e artista, poi. Entrambe le pellicole raccontano di due uomini che non accettano la loro condizione di schiavi, ma nei due casi le reazioni sono diverse: Solomon prova subito su di sé le conseguenze del cercare di dire la verità, quindi si rassegna a imbracciare le armi della pazienza; al contrario, Django imbraccia armi affatto metaforiche per salvare la sua Broomhilda. La differenza fondamentale tra i due film sta nel tipo di pellicola che i due registi hanno voluto produrre: le violenze del film di Tarantino, per quanto maggiori da un punto di vista quantitativo, sono così splatter da non riuscire mai a impressionarmi, la finzione in Django viene sbattuta e agitata davanti allo spettatore, tanto che è impossibile dimenticarsi che si sta guardando un film; quando si guarda 12 anni schiavo, invece, è impossibile dimenticarsi che quella rappresentata è una storia vera e la violenza quantitativamente minore, meno spettacolarizzata e più spoglia, giunge allo spettatore come uno schiaffo, di quelli dati bene. Steve McQueen non si preoccupa che il suo spettatore si ricordi che sta guardando un film, una fiction: ti sbatte in faccia la Storia a colpi di frusta.

Oltre alla già citata Lupita Nyong’o nei panni della sfortunatissima Patsey, favorita di Epps, nel cast bisogna ricordare Paul Dano (Little Miss Sunshine, Il petroliere, Motel Woodstock) nei panni dell’invidioso e violento Tibeats, mentre Brad Pitt – oltre a essere uno dei produttori – compare nella seconda parte del film come Samuel Bass. Chiunque segua la serie della BBC Sherlock (2010, 2012, 2014), inoltre, avrà il piacere di ritrovare all’inizio del film Benedict Cumberbatch (Amazing Grace, Espiazione, War Horse, Il quinto potere, solo per citarne alcuni….) nel ruolo di William Ford, schiavista ‘bambino’, non per l’età ma perché, in un universo di uomini e donne pronti a trattare gli schiavi come oggetti privi di qualsiasi valore, lui appare buono, umano, capace di dare valore alla vita degli uomini che lavorano per lui, affezionarsi, ma tuttavia debole, troppo debole per fare quel passo in più verso l’umanità e la giustizia, troppo debole anche solo per vedere l’ingiustizia che ha condannato un uomo libero alla schiavitù. Infine, non si può non menzionare la stupenda interpretazione di Michael Fassbender (Bastardi senza gloria, X-Men – l’inizio, Prometheus, The counselor), nei panni del crudele, ma non quanto emerge dal racconto originale, padrone Epps e infine Chiwetel Ejiofor (Amistad, Love actually, American Gangster) nei panni di Solomon.

In conclusione, un film consigliato assolutamente, privo di patetismi, secco e diretto quasi fosse una cronaca; forse è per questo che riesce ad arrivare senza intoppi a cervello e cuore degli spettatori. Beh, siete ancora qui! Vi ho detto che dovete andare a vederlo! Correte!

Elena

 

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